L’ affaticamento: Cause e prevenzione
Prof. ROBERTO RIPEPI
INTRODUZIONE
La fatica è uno stato dell'organismo,
considerato in una delle sue funzioni o nel complesso, manifestantesi
con incapacità o ridotta capacità a compiere un lavoro.
Si tratta di una definizione molto approssimativa
di una condizione senza dubbio difficilmente obbiettivabile
e soprattutto empirica per la sua dipendenza da numerosi fattori fra cui quelli
funzionali, fisiologici, suscettibili di analisi
quantitativa, appaiono spesso di secondaria importanza rispetto ad altri di
origine psichica.
È possibile fare una distinzione di massima
fra fatica "localizzata", a carico di un organo o apparato e fatica
"generalizzata". Particolarmente quest'ultima
manifestazione può essere differenziata nei suoi
aspetti acuto e cronico," a loro volta riconducibili a cause organiche o
psichiche.
FATICA LOCALIZZATA
Quando con fatica si intenda
indicare la condizione di deterioramento di una funzione specifica, non è
difficile localizzarne le cause in alcuni fenomeni organici.
Ad esempio, l'esaurimento delle riserve
energetiche, le alterazioni del biochimismo muscolare
dovute a modificazioni del metabolismo (ridotto apporto di ossigeno,
formazione di acido lattico), il ridotto apporto di acqua e sali minerali,
possono singolarmente o globalmente essere causa dell'incapacità da parte del
muscolo a contrarsi, e quindi, di fatica muscolare. In tali condizioni. .fatica si identifica con l'esaurimento delle riserve locali
di energia che stanno alla base dell'attività che il muscolo è chiamato a
svolgere.
Su una stessa base "fisiologica" si
può parlare di fatica di alcuni apparati sensoriali.
Il sistema retinocorticale,
ad esempio, può subire gli effetti della fatica nel corso di attività
lavorative che implichino un notevole uso dell'apparato visivo (analisi
microscopiche, lavori fini con scarsa illuminazione, guida di automezzi) che si
possono manifestare, ad esempio, con la riduzione della frequenza alla quale
immagini luminose ripetute si fondono in un'unica immagine nella retina ("fusion frequency of flicker" test). Sintomo di fatica localizzata ad un
particolare apparato può essere considerato pure l'innalzamento della soglia
uditiva in individui esposti, sia saltuariamente che per lunghi periodi di
tempo, ad ambienti molto rumorosi: tale fenomeno può persistere anche molto a
lungo fino a divenire cronico.
Esisterebbe secondo alcuni autori, tra le
manifestazioni di fatica localizzata, anche la fatica nervosa in senso stretto,
fatica cioè a carico delle cellule nervose o più
propriamente delle sinapsi implicate in una attività specifica, ad esempio,
nella eccitazione di un muscolo.
Secondo Merton
(1956), tuttavia, il fattore muscolare risulterebbe
preminente rispetto a quello nervoso, nel limitare l'entità e la precisione di
movimenti, anche di quelli molto fini quali quelli dello scrivere o del suonare
il violino o il pianoforte. Le manifestazioni di fatica a carico di un singolo
organo sono spesso diagnosticabili con mezzi fisiologici, talora anche
quantitativamente.
FATICA GENERALIZZATA
Mentre i sintomi della
fatica locale possono essere identificati con quelli propri dell'organo o
apparato coinvolto (muscolo, apparato visivo o uditivo, ecc.), i sintomi della
fatica generalizzata sono molto meno specifici: più comuni sono le forme acute.
Alcune hanno cause organiche (esaurimento a
seguito di uno sforzo intenso, contrazione del massimo debito di ossigeno, deplezione delle
riserve di glicogeno, ecc.), altre molto spesso sfuggono ad una identificazione
etiopatogenetica.
Si verifica per lo più un
progressivo deterioramento della prestazione, in genere di difficile
valutazione quantitativa: il tempo necessario, ad esempio, aumenta, il numero
degli errori raggiunge livelli elevati, certi processi mentali quali semplici
operazioni aritmetiche richiedono tempi maggiori per un progressivo decadimento
delle funzioni nervose superiori accompagnato da diminuzione dell'attenzione e
da alterazioni della memoria, specie di quella di fissazione. Parallelamente,
l'interesse per il compito si riduce a poco a poco finché subentra il desiderio
di abbandonarlo.
È opportuno rilevare che un'intensa attività
fisica o anche intellettiva può tra l'altro modificare la soglia di determinati
riflessi spinali quali i riflessi rotuleo e achilleo,
mentre talune condizioni organiche (insonnia, ipossia,
ipoglicemia, ipercapnia e ipocapnia)
aumentano la latenza di alcuni riflessi monosinaptici
(Margaria e Coli., 1958) e polisinaptici
come il riflesso orbicolare dell'occhio (Spinelli e Cerretelli,
1961). Allorché, tuttavia, lo stato di fatica intervenga
indipendentemente dalla condizione di esaurimento delle riserve energetiche del
soggetto, l'etiologia del fenomeno va ricercata in
fattori ben più complessi di quelli organici, più propriamente in cause
psichiche.
La fatica dell'operaio o del professionista o
del pilota di un mezzo veloce coinvolge prevalentemente il sistema nervoso
centrale ai livelli più elevati. Non è possibile pertanto obbiettivare
tale condizione anormale con i comuni mezzi di laboratorio esaminando
le singole funzioni motrici e sensoriali. Si può tutt'al
più individuare un deficit dell'attenzione, una riduzione della memoria (fatica
mentale) che tuttavia non sembrano essere la causa della fatica, ma piuttosto
la conseguenza di una condizione generale che sfugge ad una caratterizzazione
fisiologica.
Tutti i sintomi della fatica nella sua forma
acuta generalizzata scompaiono infatti in modo
improvviso e sorprendente (a differenza di altri sintomi organici obbiettivabili con metodi fisiologici) allorché il soggetto
modifichi la propria attività o si dedichi ad un'attività più gradita.
Quando la fatica possa
essere vinta sulla base di uno stimolo psicologico (un incentivo che sostenga
la motivazione dell'individuo, la rimozione di uno stato di tensione dovuto a
pericolo, il cambiamento saltuario della mansione allo scopo di ridurre la
monotonia) la ricerca delle sue origini con l'ausilio dei mezzi a disposizione
del fisiologo appare del tutto infruttuosa. Fatta eccezione per condizioni
specifiche, i fattori emotivi sono i principali responsabili della fatica in
quasi tutti i tipi di esercizio, particolarmente in
quelle attività per le quali non siano richieste estese e sostenute contrazioni
dei muscoli che, implicando un notevole consumo, costituiscono di per sé la
causa dell'esaurimento.La fatica generalizzata nella
sua forma cronica si manifesta con sintomi assolutamente aspecifici, privi non solo di valore quantitativo ma anche
qualitativo.
Risiedendo spesso la causa di essa in manifestazioni psichiche (stati emotivi,
preoccupazioni, disadattamento all'ambiente, frustrazioni), impulsi corticali
possono evocare nel tempo le reazioni più disparate da parte di una serie di
centri nervosi talamici ipotalamici
e bulbari; tali impulsi di natura psichica possono produrre quadri molteplici
che è possibile in linea di massima ricondurre a:
1) effetti riferibili ad eccitamento del
simpatico;
2) effetti riferibili ad eccitamento del
parasimpatico;
3) aumento della
frequenza respiratoria, della frequenza del polso, riduzione della pressione
arteriosa;
4) irritabilità, insonnia, disappetenza,
perdita di peso, impossibità a concentrarsi in
qualsiasi attività che implichi attenzione, ecc.
L'interazione fra fattori psichici e
funzioni vegetative riconduce tale aspetto della
fatica alle manifestazioni psiconeurotiche (Margaria, 1953).
Una psiconeurosi
vera e propria si può effettivamente manifestare allorché la fatica divenga un
fenomeno cronico (nevrosi da combattimento, da pericolo, superallenamento dello
sportivo, ecc.).
L'insorgenza dello stato di
superallenamento, aspetto della fatica cronica dello sportivo, è una
manifestazione di carattere prevalentemente psicopatologico in grado minimo
organico, che dipende dalla stessa struttura della personalità dell'individuo.
La resistenza alla nevrosi da superallenamento può essere quindi prevista sulla
base delle risultanze dell'esame psicologico.
CAPITOLO I
I MECCANISMI FISIOLOGICI CHE PORTANO ALLA FATICA
I.1 Anatomia-funzionale del muscolo
Il
termine muscolo deriva dalla parola latina "musculus"
che significa piccolo topo ed effettivamente è un termine appropriato perché il
muscolo che si contrae sotto la pelle dà proprio l'idea di un topolino che
fugge. Il tessuto muscolare presente negli organismi animali è classificabile
in tre categorie: liscio, cardiaco e scheletrico tenendo conto sia delle
caratteristiche istologiche (presenza o meno di striature) che funzionali
(correlazioni con il sistema nervoso e meccanismi contrattili), del tessuto.
Circa
il 40-50% del peso totale dell'uomo (30-40% nella donna) è
dovuto alla presenza del muscolo scheletrico, tessuto deputato ad almeno
tre fondamentali funzioni:
1.
Movimento:
volontario o automatico di parti del corpo e/o dell'intero organismo
2.
Postura: mantenimento della posizione
del corpo nello spazio
3.
Produzione di calore: necessario al
mantenimento stabile della temperatura corporea
Altre
funzioni meno note anche se non di importanza
secondaria alle quali il muscolo scheletrico partecipa in posizione prevalente
sono: il controllo volontario dello stato di apertura/chiusura dei tratti
digestivi e urinari (sfinteri) e la formazione del pavimento e delle pareti
addominali e delle cavità pelviche per supportare il peso dei visceri. Nel muscolo scheletrico è possibile riconoscere
alcune proprietà tipiche che ne definiscono, di conseguenza, l'ambito
funzionale:
a.
eccitabilità: capacità di rispondere con una variazione della
distribuzione delle cariche elettriche, a variazioni di energia applicata al
muscolo direttamente (stimolazione della membrana) o indirettamente (tramite l'attivazione
dei neuroni motori)
b.
contrattilità: capacità di accorciarsi attivamente ed esercitare tensione
sull'estremità tendinea
c.
estensibilità: capacità di contrarsi oltre la lunghezza normale di riposo
d.
elasticità: capacità di riprendere la lunghezza iniziale dopo una
contrazione
L'insieme
dei muscoli scheletrici viene generalmente, indicato
con il termine di sistema muscolare intendendosi con questo l'insieme di tutti
i muscoli che possono essere controllati volontariamente; è formato da circa
600 elementi ognuno dei quali e connesso al sistema scheletrico con due
estremità connettivali detti tendini.
Diversi
sono stati nel corso degli anni, i modi scelti per denominare i muscoli: in
base al numero dei capi di origine (bicipite,
tricipite), della direzione delle fibre costituenti (traverso, obliquo), alla
loro forma (trapezio, quadrato) ed altro ancora. Ogni muscolo è irrorato da uno
o più rami arteriosi che penetrano al di sotto del
connettivo di rivestimento dove si divide più volte dando luogo ad una più o
meno ricca rete di capillari che hanno il compito di trasportare al muscolo gli
anaboliti necessari alla sua funzione (ossigeno,
glucosio, ecc..) e drenare i prodotti di rifiuto della sua attività (CO2,
Acido lattico, ecc..).
Nel
muscolo esiste anche un polo nervoso contenente le fibre motorie che, originate
nelle corna anteriori del midollo raggiungono con le
loro divisioni ogni fibra, e quelle sensitive che partenti dai recettori
muscolari e fusali, giungono alle corna posteriori.
In
realtà i rapporti tra sistema motorio e sistema muscolare sono definiti in
maniera particolare dall'esistenza delle unità motrici: una struttura
funzionale costituita da un singolo motoneurone, dalle
diramazione del suo prolungamento assonale e
dalle fibre muscolari sulle quali ogni prolungamento prende contatto. In
pratica ogni cellula muscolare (fibra) riceve un solo ramo nervoso ma più fibre
lavorano sinergicamente quando sono controllate dallo stesso motoneurone.
Nell'uomo una singola unità motrice controlla la contrazione di un numero di
fibre che va da 6-30 (nei muscoli estrinseci
dell'occhio) a più di 1000 (nei muscoli generatori di forza delle gambe).
I. 2 Anatomia microscopica
L'uso
delle tecniche di anatomia microscopica evidenzia come
il muscolo scheletrico sia costituito da cellule specializzate contenenti molti
nuclei in periferia, chiamate fibre muscolari.
Le
fibre, la cui membrana prende il nome di sarcolemma,
hanno generalmente una forma cilindrica con una lunghezza variabile, nell'uomo,
tra 0.1 cm del muscolo stapedio dell'orecchio interno
ai circa 30 cm del sartorio: muscolo della parte interna della coscia. Le fibre
in realtà non sono una struttura omogenea ma il loro citoplasma (sarcoplasma) contiene pacchetti ben
ordinati di piccoli fascetti di materiale proteico
avvolti da una struttura membranosa: i fascetti
prendono il nome di miofibrille e la struttura che le avvolge forma il reticolo
sarcoplasmatico (RS).
L'analisi
ultrastrutturale al microscopio elettronico mostra che ogni miofibrilla
è in realtà costituita da due ordini di filamenti formati da proteine
contrattili (chiamate così perché partecipano alla contrazione): i filamenti
spessi costituiti essenzialmente da un grossa proteina
filamentosa detta miosina
e i filamenti sottili formati da almeno tre proteine più piccole: actina tropomiosina e troponina.
Miofibrille
Con
l'ausilio della microscopia elettronica è stato anche possibile definire la
struttura del RS ed evidenziare che esso è costituito da formazioni allargate
chiamate cisterne terminali e da una rete anastomizzata di tubuli chiamati tubuli longitudinali. Anche
il sarcolemma non presenta un aspetto omogeneo perché
in alcuni tratti si approfonda trasversalmente al
diametro longitudinale della fibra (tubulo
trasverso). Prende il nome di triade, struttura
virtuale estremamente importante per la contrazione,
l'unione di due cisterne terminali con il tubulo trasverso
presente nel mezzo.
Eseguendo
una sezione longitudinale di una miofibrilla è anche
fattibile definire i dettagli della disposizione delle proteine contrattili nei
due ordini dei filamenti di cui abbiamo parlato. E' possibile così riconoscere
l'esistenza di strutture che si replicano in maniera omogenea
lungo tutto il decorso della miofibrilla e,
trasversalmente, tra le miofibrille adiacenti. In pratica si riconosce quella
che viene definita come l'unità morfo-funzionale
del muscolo scheletrico e cioè il sarcomero che viene convenzionalmente definito come la
regione miofibrillare compresa tra due bande che
appaiono più scure al ME e che prendono il nome di strie Z e dalle quali prendono origine i Filamenti sottili che si
continuano nella banda adiacente denominata banda I .
Nella
zona centrale del sarcomero si evidenzia una banda
più scura (banda A) dovuta alla
presenza contemporanea anche dei filamenti spessi sui quali è
organizzata la miosina. La banda A presenta,
nella sua zona centrale una stria più chiara (banda H) corrispondente all'area in cui il filamento sottile non è
più presente ed infine al centro un'altra banda scura (banda M) legata alla esistenza di ponti intermiosinici.
In pratica ogni sarcomero inizia e termina con una
stria Z dalla quale origina la banda chiara I cui segue
quella scura A. E' questo alternarsi di bande chiare e scure (strie) ben
visibile anche ai bassi ingrandimenti del microscopio ottico, che ha fatto
denominare questo particolare tipo di muscolo come "striato". Come
abbiamo già detto non tutti i muscoli hanno lo stesso diametro e questo
dipende, generalmente, dal numero di fasci di fibre che li costituiscono;
quando il muscolo, a causa dell'esercizio fisico, aumenta il suo diametro, ciò
non è dovuto all'aumento del numero delle fibre ma
solo a quello delle miofibrille delle fibre a minor diametro.
I. 3 Sinapsi neuromuscolare

Per
descrivere i meccanismi molecolari che portano alla contrazione muscolare è
prima però necessario delineare i contorni del
processo di attivazione nervosa del muscolo che avviene attraverso la sinapsi (giunzione) neuromuscolare.
Questa
particolare struttura è rappresentata da due porzioni contigue (non continue)
appartenenti la prima al terminale nervoso (bottone terminale) e l'altra al sarcolemma (placca motrice). Nella porzione nervosa sono
presenti in abbondanza le vescicole contenenti acetilcolina (Ach)
il neurotrasmettitore capace, senza nessuna perdita né in frequenza né in
ampiezza di trasmettere, chimicamente, l'impulso che viaggia lungo il nervo (potenziale d'azione) al muscolo
sottostante.
Il
potenziale d'azione che percorre l'assone giunge al bottone terminale
determinando l'apertura di canali voltaggio-dipendenti (si aprono quando la
membrana tende a depolarizzarsi) per
cui il Ca2+ esterno può passare all'interno della porzione presinaptica. Questo fenomeno è reso possibile sia perché
il Ca2+ è più concentrato negli spazi extracellulari (10-3M)
rispetto a quanto non sia all'interno (10-7M) che perché la superficie
interna della membrana assonica risulta
caricata negativamente rispetto all'esterno.
Esiste
quindi una forza elettromotrice che porta all'influsso di Ca2+ e, di
conseguenza ad un suo accumulo nel bottone terminale. Come conseguenza di ciò e
attraverso un complesso meccanismo detto di kiss and run, le membrane delle vescicole si
fondono con la quella presinaptica,
l'Ach passa all'esterno, copre la distanza che la
separa dalla placca motrice sul sarcolemma e si lega
ai circa 30 milioni di recettori che si trovano nella struttura muscolare.
Il
legame di Ach al suo
recettore modifica la permeabilità della membrana sia al Na+
(più concentrato all'esterno) che al K+
(più concentrato all'interno) perché determina l'apertura di canali specifici
per ambedue gli ioni.
L'ingresso
di Na+ , però,
supera la fuoriuscita di K+ e per questo
motivo, come conseguenza dell'attivazione, si ha un flusso netto di cariche
positive verso l'interno. Poiché in condizioni di riposo il potenziale
registrabile ai lati della fibra muscolare è vicino ai -90 mV, il flusso netto di cariche positive all'interno
sposta il potenziale verso valori meno negativi determinando una
depolarizzazione e la formazione di un potenziale localizzato denominato
potenziale di placca.

Ai lati
della placca la membrana modifica il suo stato biofisico e si creano le
condizioni (soglia) per la formazione di potenziali d'azione che decorrendo
lungo il sarcolemma e i tubuli trasversi
sono in grado di depolarizzare tutta la fibra sia in
superficie che in profondità: così l'eccitazione (potenziale d'azione) generata
a livello dei neuroni del controllo motorio si trasferisce al muscolo
coinvolgendolo . Contemporaneamente, grazie anche
all'azione di un enzima specifico (Ach-esterasi), l'Ach viene scissa in colina ed
acetato per cui il recettore è di nuovo libero per ricevere altre molecole di
neuro trasmettitore. Come conseguenza di ciò i canali per Na+/K+ si chiudono e il potenziale di placca ritorna
ai valori di riposo (-90 mV).
I. 4 Ciclo
eccitazione-contrazione
Da un
punto di vista funzionale per capire cioè come la
modifica tutto o nulla del potenziale sia in grado di provocare la contrazione
è necessario descrivere il meccanismo che ha lo scopo di aumentare la
concentrazione mioplasmatica di Ca2+ e che
in fisiologia del muscolo prende il nome di accoppiamento elettromeccanico o
ciclo eccitazione-contrazione (E-C).
Per
fare questo dovremo accentuare la nostra attenzione su
due canali per il Ca2+: uno voltaggio-dipendente presente sul tubulo
trasverso noto anche come recettore per le diidropiridine (DHPR) e l'altro giustapposto al primo ma
residente sulle cisterne terminali del RS e noto come recettore per la rianodina di tipo 1 (RYR1). Infine, per comprendere i
meccanismi che dopo la contrazione portano al rilasciamento muscolare sarà
indispensabile spendere qualche parola sul sistema di pompe metaboliche che,
tramite consumo di energia, riposizionano verso il
basso il valore della concentrazione di Ca2+ del mioplasma.
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I
canali del Ca2+ del RS |
Come
abbiamo appena detto il potenziale d'azione che si è formato ai
alti della placca motrice si propaga lungo tutta la fibra ed anche nei tubuli trasversi perché queste strutture non sono altro che invaginazioni del sarcolemma.
Nei
Tubuli sono presenti, assemblati in gruppi di quattro,
i canali DHPR che , al passaggio del potenziale, cambiano la loro
organizzazione molecolare passando in uno stato funzionale definibile come
"aperto". A questo punto il cambio di conformazione dei quattro DHPR
induce un cambio funzionalmente simile (apertura) di un canale RYR1 che si
trova con le sue quattro unità costitutive in stretto contatto con i quattro
DHPR attivati dal voltaggio.
Si crea
così la condizione per cui il Ca2+ ,
immagazzinato nelle cisterne terminali legato ad una proteina che lo fissa (calciosequestrina), è libero di muoversi e di fuoriuscire
dalle cisterne per aumentare la sua concentrazione nel mioplasma
(da 10-7 a 10-5 M).
E'
evidente che al contrario di quello che succede nel muscolo cardiaco, il Ca2+
necessario per la contrazione proviene tutto dai depositi interni, tant'è che anche in assenza di Ca2+ esterno la
fibra muscolare si contrae e si rilascia normalmente almeno per un periodo
certo.
Da
quanto abbiamo detto fin'ora appare evidente come il
Ca2+ giochi un ruolo essenziale nella dinamica
e nel controllo dei fenomeni che sono legati allo sviluppo della contrazione.
Non abbiamo, però, spiegato come questo avviene e cosa succede se fenomeni
legati a stati fisiologici (fatica muscolare) o patologici (mio e neuropatie)
alterano i processi che abbiamo appena descritto.
Il
destino del Ca2+ mioplasmatico è quello di
legarsi essenzialmente ad una proteina contrattile di basso peso molecolare, la
Troponina (Tn), che si
trova nel filamento sottile raggruppata ogni 400 A° in tre subunità
(T, I e C) di cui una, la C, dotata di grande affinità
per lo ione.
Qual'è la funzione della Tn quando il
muscolo è a riposo? Semplicemente quella di impedire, attraverso la subunità I
(inibitrice) l'interazione tra l'actina del filamento
sottile e la miosina del filamento spesso .
Quando il Ca2+
supera la concentrazione di 10-7 M, si lega alla TnC
cosa che fa cambiare la conformazione molecolare dell'intero complesso delle troponine sicché l'actina è in
grado di formare un "ponte trasversale" con la testa della miosina e quindi iniziare la fase della contrazione.
Elemento
fondamentale a questo punto è la presenza di ATP
l'unica fonte di utilizzo di energia che il muscolo può mettere in gioco e del
Mg2+ che può essere considerato la miccia in grado di attivare
l'idrolisi di ATP e quindi ottenere l'energia per la contrazione.
In pratica quando il muscolo è rilasciato miosina e actina non
interagiscono se la testa della miosina (parte della
molecola che forma il ponte trasversale) lega ATP. Questo stato ha, però, una vita molto breve perchè, in presenza di Mg2+,
si innesca l'attività ATP-asica della testa della
molecola che idrolizza ATP in ADP + Pi (fosforo inorganico). In queste
condizioni se non ci fosse l'inibizione della Troponina si formerebbe il complesso Actina-Miosina e quindi il muscolo si troverebbe in uno
stato di contrattura.
All'arrivo
del Ca2+ si forma un legame energizzato
tra actina e testa della miosina
in cui sono presenti ADP e Pi. La perdita successiva
del Pi porta ad una rotazione della testa che, essendo legata al filamento
sottile tramite l'actina, tira verso il centro del sarcomero il filamento stesso. A questo punto un'altra
molecola di ATP si lega alla miosina
e ciò determina il distacco della stessa dall'actina:
in pratica rinizia un nuovo ciclo di
formazione-rottura dei ponti.
Il
complicato meccanismo che abbiamo descritto avviene molte volte durante una contrazione
e poiché le teste delle molecole di miosina che
sporgono dal filamento sono molte ed entrano in
funzione in maniera sequenziale, lo sviluppo della contrazione è continuo e non
a scatti.
In
sintesi, è necessario aumentare la concentrazione di Ca2+ del mioplasma per sbloccare il sistema di interazione
actina-miosina e fornire un adeguato apporto di ATP
per assicurare il funzionamento del ciclo formazione-rottura dei ponti.
Ma il
muscolo è una macchina strana perché non consuma solo ATP per contrarsi ma
anche per rilasciarsi; una volta terminato l'effetto
indotto dal potenziale con il ritorno dei canali per il Ca2+ allo
stato di chiusura lo ione in eccesso presente nel sarcoplasma viene attivamente
(consumando ATP), ritrasportato, nel RS, attraverso
un sistema di pompe metaboliche denominate SERCA.
La
relazione degli eventi appena descritti e cioè la
dipendenza dal Ca2+ della fase di contrazione è evidenziato dalla
presenza del periodo di latenza cioè di quel periodo di tempo durante il quale
la modificazione elettrica si è già esaurita mentre ancora nessun effetto
contrattile compare. E' questo però il periodo necessario affinché tutte le
fasi previste dal ciclo E-C si svolgano correttamente.
I. 5 Il
Miogramma
Tutto
quello che è stato fin qui descritto non è altro che
l'analisi della serie di eventi che si verificano quando un singolo potenziale
d'azione del nervo motore, trasmesso dalla sinapsi neuromuscolare,
attiva un singolo potenziale d'azione sulla fibra muscolare e, come conseguenza
di ciò una fase di contrazione cui segue il rilasciamento.
Il nome
che si dà a questo evento riferito alla componente
meccanica cioè alla generazione della tensione e/o accorciamento è: scossa
semplice (twitch) e rappresenta la minima attività
della quale è capace una fibra muscolare. Viceversa, la massima attività
possibile corrisponde ad una frequenza di stimolazione di ca 100 Hz (frequenza di fusione)
prende il nome di tetano fuso o completo (tetanic
contraction).
Miogramma
Ovviamente,
se la stimolazione avviene "in vivo" tramite nervo le attività che
abbiamo descritte non possono essere riferite alla
singola fibra ma ad una unità motrice perché, come abbiamo detto, il controllo
del motoneurone si esercita su un numero finito di fibre (6-1000 a seconda dei
muscoli) ma mai su di una sola.
L'attività
del muscolo sottoposta al controllo motorio si svolge di solito attraverso una modalità detta di reclutamento asincrono di unità motrici
differenti in maniera da "programmare" un aumento della forza
cercando di mantenere al muscolo una riserva di potenza per eventuali
necessità. Il sistema neuromuscolare cerca, in poche
parole, di non consumare tutte le sue potenzialità né di mettersi nelle
condizioni di rimanere a corto di energia se una
improvvisa necessità lo dovesse richiedere.
Il
meccanismo del quale parliamo prevede, in pratica, che l'aumento della
necessità di generazione della forza avvenga alternativamente
reclutando unità motrici non ancora o poco attive (sommazione spaziale) e
successivamente aumentando la frequenza di scarica sulle unità reclutate in
precedenza (sommazione temporale).
Alla
fine del reclutamento asincrono, il muscolo attivato al massimo si troverà in
uno stato molto vicino al tetano massimale (stato di contrazione sostenuto per
frequenze di scarica elevate) di tutte le unità motrici che lo costituiscono. In
questo modo e se le condizioni di lavoro non sono eccessive, nel muscolo hanno
la possibilità di coesistere unità motrici in riposo, in attività ed in
ristoro.
I. 6 Energetica
Abbiamo
fin qui visto le modalità che accomunano tutti i
muscoli scheletrici nel dare inizio e poi mantenere uno stato di contrazione
cui seguirà, prima o poi, il rilasciamento.
Ma se
le modalità per effettuare questi step sono uguali per
tutti i muscoli differenti sono, invece, la capacità di generare forza e la
resistenza per attività prolungate. In questo caso le differenze tra muscolo e
muscolo ed anche, all'interno dello stesso muscolo, tra fibre diverse possono
arrivare ad essere notevoli.
In
pratica tutto questo significa che esistono miosine
con caratteristiche diverse e quindi con diversa velocità di ciclo
formazione/rottura dei ponti, che esistono sistemi di pompa per il Ca2+
differenti e quindi con diverse capacità di assicurare un turn-over appropriato
per lo ione ed infine diverse modalità di
approvvigionamento di ATP che può essere senz'altro considerato il fattore
limitante per l'attività muscolare di durata medio-lunga.
Tenendo conto di questo e senza entrare in suddivisioni troppo cavillose
possiamo pensare di dividere le fibre in due grandi categorie: fibre lente o
rosse (dato che contengono mioglobina)
e fibre rapide o bianche.
Quali
sono le possibilità energetiche che ha il muscolo
quando inizia a contrarsi?
Su
quante e quali risorse la fibra può contare per
rispondere in maniera appropriata all'ordine impartito dal motoneurone? La
situazione, dal punto di vista del muscolo non si presenta affatto bene: la
quantità di ATP presente nel muscolo a riposo consente
appena qualche secondo di attività al muscolo ed anche se il meccanismo del
reclutamento può assicurare un escamotage alquanto produttivo certo un'attività
prolungata non può trovare risorse in quel sistema.
La
principale sorgente di immediata sintesi di ATP è
rappresentata dal trasferimento di un fosfato dal creatin
fosfato (CP) all'ADP: prodotto di idrolisi dell'ATP ; anche questo meccanismo,
però, fornisce energia solo per alcuni secondi. Per contrazioni sostenute l'ATP
può venir prodotto dalla degradazione del glucosio (derivato da depositi
piuttosto abbondanti di glicogeno: lo zucchero di riserva dei mammiferi).
La
formazione, a partire dal glucosio di ATP, per essere
maggiormente produttiva, deve avvenire nei mitocondri e coinvolgere l'O2
(glicolisi aerobica); in questa condizione 1 molecola di glucosio è in grado di
formare 34+2 molecole di ATP.
Ma
l'apporto di O2 può, in caso di esercizio
strenuo, non essere in grado di supportare tutta la necessità; anche in questa
combinazione un certa attività glicolitica può
svolgersi (glicolisi anaerobica) ma la resa produttiva è molto bassa: solo 2
molecole di ATP per molecola di glucosio. Come prodotti di degradazione della
glicolisi, però, si formano anche Acido lattico e CO2 che
rappresentano i fattori limitanti della capacità del muscolo non solo della
produzione di energia ma, a causa dell'acidità
provocata, anche dell'attività contrattile.
Cessata
la fase di attività il muscolo entra in un periodo
chiamato di ristoro durante il quale la produzione di ATP continua, almeno fino
a quando non si sono riformate le riserve di CP, attraverso una reazione
inversa rispetto a quella che era avvenuta durante l'attività. In questo
periodo, viene "pagato" il cosiddetto debito
di ossigeno che non è altro che il consumo extra di O2 necessario a
metabolizzare l'acido lattico accumulato durante la fase precedente e
ristabilire i livelli normali di ATP. Infine, se le condizioni metaboliche lo
consentono, avviene anche la riconversione del glucosio non utilizzato, in
glicogeno.
I. 7 De motu animalium
Il
primo fisiologo muscolare ( e non solo) dei tempi moderni: lo scienziato
napoletano Alfonso Borelli autore ,
nel 1680, di un'opera famosa per secoli il "De motu
animalium" scriveva : "Per produrre la
contrazione muscolare occorrono due cause delle quali una esiste nei muscoli
stessi (proteine contrattili) e l'altra viene dal di fuori (impulso
nervoso).
L'impulso al moto non può trasmettersi dal cervello per
altra via che per i nervi; in ciò tutti sono d'accordo e lo dicono del resto in
modo evidentissimo le esperienze; fu pure rigettata la supposizione che qui si
tratti dell'azione di una facoltà incorporea, o di spiri aerei; perciò è
necessario di ammettere che una qualche sostanza corporea (il neurotrasmettitore Ach) si
trasmetta dai nervi ai muscoli e che si comunichi una commozione (potenziale
d'azione) la quale possa in un batter d'occhio produrre il rigonfiamento del
muscolo".
Tutto
questo è giusto e anche oggi non sapremo dirlo meglio. Borrelli
ammise che l'incitamento alla contrazione del muscolo fosse dato da un'azione
chimica, da una "acredine pungitiva che si
diffonde alla estremità del nervo per irritare il
muscolo" .
I. 8 La fatica muscolare
L’ elemento
determinante nella trattazione della fisiologia neuro
muscolare, è rappresentato da quella condizione non sempre ben definita che
prende il nome di Fatica: lo stato
che insorge all'inizio come una difficoltà a compiere lavoro e che ben presto
si traduce in un blocco della capacità contrattile del muscolo.
Ovviamente,
uno studio analitico del problema della fatica che, è bene ricordare, si verifica sempre ed è dipendente dall'intensità dello
sforzo solo per la determinazione della sua insorgenza, deve partire da
un'analisi per quanto possibile completa, di tutti i "siti" in cui il
processo si può instaurare.
E' per
questo motivo che piuttosto che parlare di fatica muscolare, si
intende con questo termine l'incapacità del muscolo di compiere lavoro,
bisognerà parlare di fatica neuromuscolare o, se è
più facile distinguere, di una fatica centrale (del sistema nervoso) e di una
periferica (del muscolo).
Perché
un muscolo possa contrarsi deve arrivare ad esso la
scarica di potenziali dal motoneurone spinale (motoneurone a). Questa cellula
rappresenta una "via finale comune" perché su di essa
giungono efferenze motorie provenienti sia dai centri
superiori quali corteccia, cervelletto, nuclei della base, nuclei vestibolari,
ecc.. che dai circuiti a feed-back dei riflessi spinali.
Tutte
le alterazioni provocate dall'attività prolungata che direttamente o
indirettamente possono essere addebitate a una delle
strutture elencate da origine a quella che in fisiologia si definisce
componente centrale della fatica.
Da un
punto di vista sperimentale la distinzione tra fatica centrale e periferica è
piuttosto agevole perché basta utilizzare come modalità
applicativa la stimolazione diretta del muscolo tramite elettrodi applicati
esternamente sul muscolo per analizzare tempi e modi della fatica periferica.
Viceversa la fatica centrale o meglio la componente neuromuscolare della fatica, può essere derivata attraverso
l'analisi della contrazione volontaria.
La
strumentazione necessaria della quale bisogna disporre per analizzare in grosse
linee il fenomeno della fatica non è molto complessa
(misuratori di forza muscolare e di attività elettrica del nervo e del
muscolo), mentre un'analisi più accurata richiede strumentazione e tecniche di
misura più raffinate.
Un'altra
componente non facilmente definibile in grado di far
variare tempi di insorgenza ed intensità della fatica è da identificare con i
processi motivazionali; è noto a tutti, infatti, quanto la volontà possa agire
nel determinare soglia ed effetti della fatica.
Nel
corso di lunghi anni uno degli argomenti che più ha sostenuto il dibattito tra
coloro che si occupavano di fatica, è stata la definizione del suo sito
primario; se cioè l'origine del fenomeno potesse
essere situata nella componente centrale (sistema nervoso) o in quella
periferica (muscolo).
I
sostenitori della prima ipotesi iniziarono con il chiedersi se potessero essere
le modalità di insorgenza e conduzione della scarica
di potenziali lungo le vie nervose, il sito primario per la fatica. Almeno
questo problema sembra ora risolto poiché, esperimenti compiuti stimolando
direttamente le radici nervose, hanno dimostrato che le capacità dei vari tratti di sostenere scariche di potenziali a frequenze anche
alte non varia in funzione del tempo: in pratica il sistema muscolare mostra
segni di cedimento molto prima che questi si verifichino nel nervo.
In
realtà le cose non sono proprio così semplici, perché esiste una progressiva
diminuzione della scarica dei motoneuroni a durante un'attività protratta; poiché questo non è dovuto all'esaurimento delle risorse per il trasferimento
dei potenziali lungo il decorso nervoso, è necessario pensare a qualche forma
di informazione riflessa, con il muscolo che modula al risparmio l'attività del
sistema motore.
Una
spiegazione per questo fatto può essere cercata nella relazione che esiste tra
velocità di rilasciamento muscolare e firing (scarica
di potenziali) del nervo motore.
In condizioni di lavoro strenuo, il muscolo mostra
rallentamenti della velocità di rilasciamento, cui fa seguito una diminuzione
della scarica dei motoneuroni e quindi una diminuzione della forza prodotta.
Il
significato funzionale di questo fenomeno è quello di poter ottimizzare
l'attività del muscolo, adeguandola ai livelli di risorse disponibili.
Probabilmente il muscolo riesce ad "informare", in qualche modo, il
motoneurone delle sue possibilità energetiche, forse tramite l'accumulo di ioni
H+ (acidità) e di Pi (idrolisi di ATP), che sarebbero capaci di attivare alcune fibre
sensoriali del gruppo III e IV presenti nel muscolo.
Queste,
a loro volta, stimolerebbero, per via riflessa, interneuroni inibitori presenti
nel midollo spinale, modulando in senso negativo la loro scarica.
In
breve, gli studi fino ad ora condotti sembrano escludere che la sede o le sedi
principali di insorgenza della fatica muscolare
possano risiedere nella componente nervosa del sistema neuromuscolare.
Per inciso neanche la giunzione neuromuscolare sembra
essere coinvolta perché gli esperimenti compiuti per validare la teoria di un
sito sinaptico per la fatica, hanno dato risultati
negativi.
Avendo
negato la validità dell'origine centrale del meccanismo della fatica non rimane
che verificare dove e come questo possa originarsi nel
muscolo.
Per
fare ciò è necessario analizzare le componenti morfo-funzionali che costituiscono gli elementi più
probabili: sarcolemma, strutture del ciclo E-C,
filamenti e substrati energetici.
L'attività
prolungata sembra modificare innanzitutto la distribuzione ionica ai lati della
membrana della fibra muscolare poiché ogni potenziale d'azione coinvolge
ingresso di Na+ e fuoriuscita di K+ (con un rapporto di circa 2:1).
Se il ripristino
attivo che avviene attraverso sistema di pompe ATP-dipendenti
non è in grado di seguire la velocità di scambio, alla fine ci potrà essere un
accumulo di Na+ all'interno maggiore
dell'accumulo di K+ all'esterno; ciò si
traduce in una diminuzione della negatività interna con conseguenze sfavorevoli
sull'ampiezza e la velocità dei successivi potenziali. Tra l'altro
un'accentuazione del problema si ha anche come conseguenza dell'aumento
dell'acidità del mezzo che è direttamente
proporzionale al grado di lavoro svolto.
Dati
sperimentali molto consistenti sembrano indicare, però, che l'indiziato
maggiore per l'innesco della "crisi" di fatica, sia da ricercare
nella regolazione del meccanismo di controllo del Ca2+.
Il prolungarsi dell'attività porta, come abbiamo visto, ad una sorta di
sbilanciamento per cui Ca2+ si accumula nel
mioplasma, sia per una diminuzione del suo rilascio
dalle cisterne terminali, che per un "difetto di velocità" della
pompa di ritrasporto dello ione nel RS. In più,
cambia l'affinità della troponina per lo ione, per cui anche il ciclo formazione-rottura dei ponti risulta
modificato in negativo.
Qual è
la causa di tutto questo? Lavori recenti eseguiti da diversi laboratori, hanno
indicato nel cambiamento del pH
uno dei possibili motivi di alterazione del meccanismo di accoppiamento.
Ovviamente la modifica dei livelli di H+ è
la diretta conseguenza del processo di fermentazione che in mancanza di un
adeguato apporto di O2 porta alla
formazione di acido lattico e quindi all'aumento di H+
nel mezzo. Inoltre, dai processi di fosforilazione ossidativa legati alla
glicolisi aerobica, si formano dei composti dell'O2 altamente reattivi, noti
con il nome convenzionale di ROS o più semplicemente, di radicali liberi.
Queste sostanze sono in grado di provocare alterazioni del trasporto ionico sia
del Ca2+ che del Na+/K+ e questo, potrebbe
giustificare tutte le alterazioni osservate.
D'altronde,
una sindrome piuttosto subdola, che si caratterizza in termini muscolari con
una situazione di quasi impedimento alla contrazione e quindi per questo viene chiamata CFS o sindrome da fatica cronica, mostra la
presenza di danni attribuibili ai ROS sul sistema di membrane sia interne che
esterne, dai quali danni deriva un'alterazione dei meccanismi di trasporto
ionico sia del Ca2+ oltre che del Na+
e K+.
Un
altro fattore che è sicuramente associato con lo stato di fatica, è
rappresentato dal disequilibrio che esiste tra la velocità di sintesi e quella di utilizzo del ATP; ciò non significa che le disponibilità
del datore di energia siano esaurite, perché anche in condizioni di sforzi
estremi e prolungati la sua presenza non scende mai al di sotto del 50% del
valore di riposo.
Piuttosto,
come abbiamo detto in precedenza, è l'accumulo di fosfato inorganico (Pi)
proveniente dall'idrolisi di ATP che aggiunge al danno
provocato molto probabilmente da altri agenti, la beffa di una radicalizzazione degli eventi negativi.
In
conclusione allo stato attuale delle conoscenze possiamo dire con certezza solo
ciò che non è l'iniziatore della fatica muscolare: non è il sistema nervoso (ma
ne subisce le conseguenze e a sua volta interferisce sul meccanismo), non è la
sinapsi, non è neanche la disponibilità di ATP.
Allora in fondo a queste poche pagine forse val la pena citare quanto, nel 1891, scriveva in uno dei
suoi libri più citati dal titolo premonitore de "la Fatica" uno dei
più gradi fisiologi di tutti i tempi: Angelo Mosso. "Eccitando il nervo sciatico vediamo che la gamba
fa una contrazione. Ripetendosi la contrazione un grande
numero di volte, diventa sempre più piccola. Questa diminuzione di forza non
deve attribuirsi ad un esaurimento del materiale per così dire esplosivo,
contenuto nel muscolo, cioè della sostanza atta a
contrarsi … la mancanza di energia nei movimenti di un uomo stanco, dipende
dal fatto che il muscolo lavorando produce delle sostanze nocive, le quali
gli impediscono poco per volta di contrarsi".
Ed
ancora:"…il muscolo non è un organo che
obbedisce come uno schiavo agli ordini dei nervi, perché questi non possono
esaurire l'energia del muscolo in una maniera differente di quella che fa lui
stesso, quando lavora senza essere eccitato dalla volontà….. Il risultato più
novo ed interessante di queste ricerche fatte con l'ergografo,
è che dobbiamo trasportare alla periferia e nei muscoli certi fenomeni della
fatica che si credevano di origine centrale".
Ecco,
forse oggi conosciamo con precisione il nome di alcune delle sostanze nocive
che il muscolo produce ed anche sappiamo chiamare correttamente "la
sostanza atta a contrarsi" ma poi, in definitiva, non abbiamo saputo
aggiungere molto a quello che con mezzi economici ristretti ed attrezzature
semplici sono stati in grado di dirci quelli che, nei
secoli scorsi, ci hanno preceduto.
I.
9 IL CONCETTO DI SOGLIA ANAEROBICA
In ogni programma d’allenamento, che riguarda in
modo particolare gli sports
di resistenza, si fa sempre riferimento al valore di soglia anaerobica, dalla
quale si ricavano i vari ritmi di lavoro. Essi sono parametri che consentono di
migliorare nel tempo, il valore di soglia, in pratica di riuscire a mantenere
velocità elevate in bici come nella corsa a piedi.
Oltre questo, una corretta analisi
della soglia è necessaria per monitorare di tempo in tempo l’evoluzione e la
condizione di forma dell’atleta.
Dagli anni ottanta in poi questo parametro di
valutazione è divenuto importante per capire le possibilità di ciascuna atleta.
Anche se in questi
ultimi anni nuove evidenze scientifiche hanno messo in discussione alcune
metodiche per la sua determinazione. Esse non possono essere considerate come
metro di valutazione valido per tutti gli atleti ma devono tenere conto delle
caratteristiche metaboliche individuali, che sono innanzi tutto
genetiche, poi atletiche, cioè legate al numero d’anni di pratica in un
determinato sport.
L’esatta determinazione della soglia
anaerobica è un parametro fondamentale negli sport di resistenza di lunga
durata in quanto la capacità di prestazione non è
strettamente correlata con il massimo consumo d’ossigeno (VO2max), cioè con la
potenza aerobica, ma piuttosto con la più alta percentuale di esso che si è in
grado di utilizzare senza intaccare significativamente i meccanismi di ricarica
di tipo lattacido.
L’intensità del lavoro riferita alla frequenza
cardiaca, alla potenza meccanica, alla velocità
corrispondenti alla suddetta percentuale del VO2 max,
è definita soglia anaerobica.
Quando nel caso della
competizione o dell’allenamento si supera questo range
di lavoro, s’innesca uno squilibrio tra la produzione e la metabolizazzione
dell’acido lattico, comportando un accumulo nei muscoli impegnanti nel lavoro
che costringe l’atleta alla diminuzione del carico.
I. 9. a I test per la sua determinazione
Esistono vari test per la determinazione della
soglia anaerobica. Quello più noto, ma meno affidabile dal punto di vista
scientifico è proposto dal prof. Conconi e da suoi
collaboratori.
Un metodo basato sulla correlazione fra frequenza cardiaca e intensità dello sforzo (la cui
relazione era stata scoperta molto tempo prima di Conconi
stesso: ad esempio, da Astrand e Rodhal
già nel 1970, mentre il test in questione nasce alla fine del ‘76). Un metodo
diffuso e popolare, per la facilità applicativa, più che per la sua validità
tecnica: non necessità d’operatori qualificati, anzi può essere svolto anche da soli, come auto test, non è invasivo ed è di breve
durata. Inoltre ha costi ridottissimi per quanto riguarda le attrezzature
necessarie per poterlo effettuare.
Il vero limite di questo test è
l’interpretazione dei dati ottenuti e la possibilità di stimare esattamente la
frequenza cardiaca di soglia. Senza una grandissima esperienza è difficile
trarre dati significativi da questo test.
Il protocollo esecutivo di questo test è
abbastanza noto.
Basti dire che può essere fatto eseguire su cicloergometro, teadmill
simulatori, oppure o su campo (strada, pista). Si esegue incrementando il
carico linearmente (velocità o potenza) ogni 20/30
secondi, in modo che la frequenza cardiaca non subisca balzi superiori a 10
battiti il minuto. Si rilevano i dati del carico e della frequenza cardiaca al
termine d’ogni intervallo (almeno dieci), per consentire l’elaborazione di un
grafico dove questi dati sono messi a raffronto nelle due assi (x e y).
Terminata la costruzione di questo grafico, si
noterà che i punti si disporranno lungo una retta con un andamento lineare fino
ad un certo carico.
Oltre quel punto si
osserverà una curvatura della linea verso il basso. Il punto di
passaggio tra la prima linea, quella retta, e la seconda, quella che curva o
flette è definita come velocità o potenza di "deflessione" ovvero di
soglia anaerobica.
Questo test negli anni ha subito revisioni e modifiche. Una delle difficoltà di interpretazione è data, nella realizzazione più comune,
quella da campo, dal variare delle condizioni ambientali (vento, temperatura,
umidità, pressione barometrica, vestiario….); questo finisce per pregiudicare
alcuni parametri di riferimento che si sono avuti nei test precedenti, rendendo
difficile stimare le differenze di rendimento dell’atleta. Ma
fioriscono sempre più i dubbi, da parte di molti fisiologi, sulla validità scientifica
del test nello stabilire la soglia anaerobica.
Il cosiddetto punto di deflessione,
coincidente con il punto di perdita di correlazione lineare tra la frequenza
cardiaca ed intensità del carico di lavoro, rappresenta davvero il punto di innesco della soglia anaerobica?
Velocità e potenza corrispondono esattamente a
quel punto?
Nella realtà, la brevità degli
"step", dei passaggi fra un "gradino" di intensità
e quello superiore previsto dal test, difficilmente rappresenta realmente la
velocità o la potenza di soglia riferita alla frequenza cardiaca in quel punto.
Non c’è il tempo perché tali valori si
stabilizzino, perché gli intervalli di carico sono troppo brevi, e non danno
modo di raggiungere l’equilibrio metabolico tra produzione e rimozione dell’acido
lattico dai muscoli impegnati. Per questo i valori risultanti dal test sono
sovrastimati, e portano, se applicati alla lettera ad un programma
d’allenamento a carichi di lavoro eccessivi.
I.
9. b La
misurazione della lattacidemia
Un altro test molto usato è quello che prevede
la misura del lattato rilevato periodicamente durante la sua esecuzione. Il
perfezionarsi ed il diffondersi delle tecniche di prelievo e d’apparecchiature
d’analisi, hanno ridotto il margine degli errori da parte dell’operatore, ed
hanno favorito il diffondersi di questo tipo di valutazione. A riguardo ci sono
numerose metodiche applicative, tecnicamente si parla di test piramidali o
rettangolari la forma geometrica esprime il protocollo esecutivo con il quale è aumentata o regolata l’intensità del lavoro.
I.
9. c La differenza tra lattato ed
acido lattico
Si fa riferimento al lattato (che un sale o
estere dell’acido lattico, prodotto dai muscoli in quantità progressive in
funzione dell’intensità dello sforzo. La quantità del lattato è espressa in
millimoli per litro di sangue: mmol/l) e non
all’acido lattico vero e proprio, perché quest’ultimo
è difficile da misurare in quanto si trova in ambiente
acquoso nell’interno della fibra muscolare ed è dissociato in due ioni (due molecole
con diversa carica elettrica) lo ione lattato con carica negativa e lo ione
idrogeno con carica positiva.
I.
9 c Il test a carichi incrementali
Ad esempio il test
piramidale, (il più utilizzato), nel quale il soggetto inizia a pedalare o a
correre a bassa intensità.
Ad intervalli regolari dai
tre ai cinque minuti ciascuno, è aumentato il carico, in considerazione
della precedente lettura del lattato, oppure in maniera costante e
prestabilita.
L’atleta dopo un certo numero di step, non
meno di cinque, raggiungerà un carico massimale, superando ovviamente la soglia
anaerobica.
Durante il test al termine d’ogni intervallo
di carico, si effettua un piccolo prelievo di sangue
(una goccia) dal lobo dell’orecchio o dal polpastrello del dito, (sangue capillare),
e lo si analizza, con strumenti adeguati. Il campione è sufficiente per
verificare il dosaggio del lattato, che è stabilito per mezzo di diverse
metodiche.
Le due più diffuse sono quella photoenzimatica e quell’elettroenzimatica
con piccole differenze a seconda del tipo di strumento
usato. Come detto, la quantità del lattato è espressa in millimoli per litro di
sangue (mmol/l).
Riportando i valori
rilevati dal test, mmol/l, velocità o potenza e
frequenza cardiaca, su un grafico si ottiene la curva della lattacidemia,
che è d’estrema importanza per valutare l’evolversi del grado d’allenamento
dell’atleta.
Un test, dunque, che
va oltre la semplice analisi della soglia anaerobica e che offre ciò che il
"Conconi" non può offrire: la capacità di
"prevedere" in qualche misura la prestazione, riferita sia alla
potenza sia alla frequenza cardiaca.
Lo spostamento verso destra di questa curva è
la base essenziale per la valutazione di laboratorio che abbia
dei riscontri pratici. Se il miglioramento della prestazione avviene lentamente
lo spostamento sarà nella parte inferiore della curva,
se più evidente si noterà nella parte media della curva uno spostamento verso
destra. La parte superiore della curva lattato fornisce delle indicazioni sullo
sviluppo della capacità di prestazione anaerobica.
Questo test viene dal solito impiegato per
ricercare il massimo consumo d’ossigeno (VO2 max),
che identifica la massima quantità d’ossigeno che un soggetto può bruciare per
produrre energia, parametro che rappresenta la "cilindrata" del
motore muscolare. Inoltre fornisce indicazioni sui
livelli di "carico" che permettono di costruire la curva
lattato/potenza, e la curva frequenza cardiaca/potenza. L’andamento del consumo
d’ossigeno e della lattacidemia durante il test a
carichi crescenti sono parametri importanti per la ricerca e il mantenimento dello stato della forma atletica e così specifici che tale
test deve essere considerato non solo attuale, ma ancora oggi insostituibile
nella valutazione dell’atleta.
I.
9. d Il test a potenza stazionaria
Il test rettangolare ha un protocollo diverso
da quello piramidale, la potenza che il soggetto deve applicare, e cioè quella che è impostata sul simulatore (o la velocità),
rimane sempre costante.
La durata del test ha tempi abbastanza
prolungati (almeno 30 minuti), e le variazioni eventuali (possibili) sono
legate alla resistenza del soggetto.
Ad intervalli di tempo (3-5 min.) si effettuano i prelievi di sangue per stabilire la lattacidemia. Con questo test generalmente si "centra" il valore effettivo dell’accumulo o
della metabolizzazione del lattato, della potenza e
della frequenza cardiaca alle quali l’atleta è in grado di effettuare una
prestazione di lunga durata senza avere un sensibile calo dovuto all’accumulo
d’acido lattico.
Tale test ottimizza i risultati ottenuti con
quello piramidale. Una tale metodologia di valutazione anche se è l’unica a
garantire la soglia anaerobica reale, pecca di praticità, perché, di fatto,
richiede una serie di tentativi prima di definire con esattezza il corretto
valore di soglia.
I.
9. d
Importanza del concetto di soglia nell’allenamento
Alla luce di quello fino ad ora detto risulta evidente che il monitoraggio del lattato è l’unico
sistema in grado di dare delle informazioni fondamentali per la stesura e la
razionalizzazione di un programma d’allenamento, che sia effettivamente
studiato in base alle caratteristiche metaboliche e funzionali del ciclista o
dell’atleta.
Uno dei problemi importanti che si presenta
all’allenatore è in primo luogo stabilire la quantità del lattato espresso in mmoli/l relativo ad un dato carico
(riferito alla frequenza cardiaca e alla potenza) che rappresenta il valore
reale della soglia anerobica. Mader
nel 1976 propose, sulla base d’alcune osservazioni empiriche, di considerare il
valore delle 4 mmoli/l come punto della curva lattacidemica corrispondente al passaggio attraverso la
soglia anaerobica, ma la generalizzazione di tale
parametro non può essere un riferimento valido per tutti. Questo parametro,
infatti, varia da atleta ad atleta.
La grossa difficoltà da superare è
rappresentata dal come identificare il momento in cui si raggiunge l’equilibrio
fra la concentrazione di lattato muscolare e quello ematico, in
quanto nella singola fibra che produce l’acido lattico si avranno valori
di lattato più elevati di quelli che si possono trovare nel sangue.
Quanto è maggiore questa concentrazione tanto maggiore è il tempo necessario per arrivare ad un equilibrio
tra lattato muscolare con quello ematico.
La concentrazione del lattato nel sangue non
cresce parallelamente a quello del muscolo, ma aumenta all’incirca con il
quadrato dell’intensità del carico, mentre nei muscoli sale all’incirca con il
cubo. C’è da considerare, poi, l’elevato turnover metabolico cioè
che mentre il lattato viaggia dai muscoli al sangue, una parte viene
"consumato", metabolizzato. Perciò prima che si raggiunga
l’equilibrio, e che il lattato sia distribuito nei vari compartimenti
"idrici" del corpo, una larga frazione di esso è stata già
metabolizzata. Dunque, nel sangue arriva solo una
parte, per vari motivi. Poi c’è la variabilità del volume di diluizione del lattato che vedremo appresso.
I.
9. e Lo smaltimento
del lattato
Il tempo di smaltimento del lattato nel sangue
durante l’esercizio risente del grado d’allenamento: più si è allenati più
rapido sarà il tempo di smaltimento o, come si dice tecnicamente di
semipagamento.
Non si deve credere che la metabolizzazione
del lattato corrisponda sempre un reale vantaggio per l’atleta. Il lattato non
è solo una sostanza nemica, ma la sua molecola contiene energia che può essere
recuperata e sfruttata da vari organi e tessuti.
Esso, infatti, può essere utilizzato come
combustibile metabolico oppure come fonte per produrre glucosio o glicogeno.
Principalmente attraverso due processi di trasformazione: il primo, la
trasformazione in piruvato che si introduce nei
mitocondri e viene bruciato come carburante nel ciclo di Krebs; il secondo
prima in piruvato e poi in glicogeno.
Naturalmente esiste un altro aspetto da
considerare, quando il ritmo di produzione del piruvato nell’esercizio intenso
supera la capacità dei mitocondri di smaltire i substrati, il lattato è
accumulato nel muscolo, alterandone il pH
( grado d’acidità).
Ecco che a questo
punto entra in ballo la possibilità delle fibre muscolari di tamponare una
certa quantità degli ioni H prodotti dalla fibra stessa. Tanto più è elevata
questa capacità, maggiore sarà questo effetto tampone,
più si potrà continuare a lavorare anche avendo un alto grado di concentrazione
di lattato nei muscoli. E, di fatto ci sono atleti che
riescono a produrre sforzi molto intensi anche per lunghi periodi: hanno una
elevata capacità tampone.
Ma cosa vuol dire
capacità tampone?
Nei liquidi corporei sono presenti sistemi di
sostanze chimiche detti tamponi. Queste sostanze reagiscono con gli acidi per
mantenere un appropriato equilibrio acido-base. Il sistema tampone più comune
esistente nel corpo è costituito da acido carbonico e bicarbonati
ed influenzato dal contenuto d’alcune proteine ( aminoacidi e/o peptidi) e dei fosfati nelle
fibre muscolari.

Il consumo di ossigeno
in funzione del tempo nel corso di un esercizio submassimale
(curva A) e di un esercizio sopramassimale (curva B). Si può rilevare che, in
seguito all'esercizio di intensità A, il soggetto
contrae e paga un debito alattacido. La cinetica di contrazione e pagamento di
tale debito è rapida (t'/ 2=' 30 sec). A seguito
dell'esercizio B il soggetto deve resintetizzare
l'ATP ad un tasso superiore a quello consentito dal massimo
apporto energetico ossidativo (Vo2 max ): deve fare
pertanto anche ricorso:
1) alla glicolisi anaerobica che
interviene precocemente (v. freccia "Glic")
e che, nel caso specifico, rende conto di una notevole frazione dell'ATP resintetizzato (v. altezza del rettangolo "Glic. anaerobica"), e 2) ad
un'ulteriore deplezione delle riserve di PC. Durante
il ristoro la curva B, che descrive Vo2 totale, può
essere scomposta in varie componenti di cui una, quella corrispondente al
pagamento della frazione alattica del debito, è
tracciata in tratteggio. (Cerretelli
P. Manuale di fisiologia dello sport e del lavoro muscolare. SEU, Roma, 1985).
I.
9. f
Differenza tra soglia aerobica ed anaerobica
Nella valutazione funzionale è fatta una
differenza tra soglia aerobica e soglia anaerobica.
Tra queste due valori si trova una zona di
passaggio aerobica-anaerobica, una zona molto complessa di regolazione
dell’organismo, e dove si hanno in genere, con un allenamento mirato, i miglioramenti
più evidenti e sensibili della prestazione, rispetto a quelli assoluti. La
soglia aerobica ( secondo Mader) è caratterizzata da
un valore della concentrazione di lattato pari a 2 mmol/l,
invece per quella anaerobica le 4 mmol/l
(ma abbiamo già visto come sia possibile avere valori molto "soggettiviti"). I valori della zona di passaggio sono
compresi tra le 2,5 e le 3,5 mmol/l. La soglia
individuale è influenzata dagli enzimi del metabolismo
aerobico, con il cambiamento della loro attività, indotto dall’allenamento, si
modifica anche il livello della soglia del metabolismo aerobico-anaerobico a livello cellulare.
Oltre questo, nei test
all’ergometro, soprattutto a livelli sub massimali di carico, la formazione del
lattato è influenzata dalla disponibilità di substrati (glicogeno, acidi
grassi).
Una cosa di cui tener
conto nella valutazione nel valutare la misurazione. Quindi,
è necessario da parte dell’atleta far precedere il test da almeno un giorno di
recupero nel quale dovrà aumentare la quota di carboidrati nella sua
alimentazione, per ottenere il massimo della sua riproducibilità. Come ho detto
questi valori possono essere considerati solo come unità di misura, in altre
parole come se ci pesassimo sempre sulla stessa bilancia e indipendentemente
dell’esattezza della stessa, avremmo dei valori su cui
fare riferimento. Lo stesso accade con il valore delle 3,4 o 5 mmol/l dovrebbero essere
considerati come valori non di soglia, ma sui quali analizzare gli eventuali
miglioramenti o peggioramenti prestativi venendo correlati con la potenza
meccanica o dalla velocità espressa dall’atleta a quei valori.
CAPITOLO II
LA FATICA ACUTA NELLE ATTIVITA' SPORTIVE
II.
1 La fatica acuta nelle attività di
breve durata
In
questo gruppo, nel quale vanno considerate, essenzialmente, le attività ad
impegno prevalentemente anaerobico alattacido (o di potenza), come gli sprint,
oppure alcune delle attività di destrezza ad elevato impegno muscolare, come lo
sci, la causa principale dell'insorgenza della fatica va individuata
principalmente nella deplezione della Fosfocreatina
(PC), cioè della sostanza presente nei muscoli, che
contiene una modesta quantità di energia immagazzinata ed è capace di fornirla
immediatamente in caso di necessità. Va detto, peraltro, che anche la perdita
di K+, che si registra in queste specialità, svolge
un ruolo non trascurabile nella genesi della fatica.
II. 1. a La deplezione della Fosfocreatina
Durante
sforzi muscolari brevi e di elevata intensità l'ATP
consumato è prontamente rigenerato in virtù dell'energia che si libera per
scissione della Fosfocreatina (PC).
Si
tratta di una via metabolica potente, ma di limitata capacità, in grado di
fornire una notevole quantità di energia per un breve
intervallo di tempo.
Grazie
a questo meccanismo la concentrazione di ATP resta
praticamente invariata fino alla quasi completa deplezione
delle riserve di PC e, comunque, non scende mai, anche alla fine dello sforzo,
sotto il 70% dei valori massimali.

Tuttavia,
anche se l'ATP resta costante, la velocità con la quale questo si forma, a
partire dall'ADP, diminuisce con il diminuire della concentrazione
intracellulare di PC; ciò fa sì che nella cellula aumenti il P libero e
disponibile a legarsi all'ADP. In particolare l'aumento della concentrazione
del P sarebbe causa di fatica per i seguenti motivi:
1)
ridurrebbe la ricaptazione del Ca++ nel reticolo sarcoplasmatico;
2) non
permetterebbe l'instaurarsi dei legami forti actina-miosina,
determinando, quindi, un aumento percentuale di quelli deboli.
II. 1. b L'alterazione del
potenziale di membrana.
Durante
uno sforzo di elevata intensità e di breve durata si
assiste, ad una cospicua fuoriuscita di K+ dalle
cellule muscolari attive. Ciò, unitamente al contestuale passaggio di acqua dall'esterno all'interno della cellula, determina
il declino della concentrazione intracellulare di quest'elettrolita
per un valore variabile dal 6 al 20%. Parallelamente si assiste ad un aumento
della concentrazione intracellulare di Na+.
La
conseguenza ultima e più importante è rappresentata dalla riduzione
dell'eccitabilità cellulare. Si realizza, infatti, in corrispondenza del sarcolemma e del sistema dei tubuli T, una diminuzione del
potenziale di membrana a riposo, variabile tra gli 8 e i 14 mV (il valore normale è di 70 mV).
Ciò induce, tra l'altro, una riduzione del rilascio del Ca++ dal reticolo sarcoplasmatico con, in ultima analisi, diminuzione della
probabilità d'insorgenza, nonché dell'ampiezza ed
efficacia di un potenziale d'azione.
II. 2 La fatica acuta
nelle attività di media durata (vedi
anche capitolo I. 9: Concetto di soglia anaerobica)
In
questo gruppo vanno considerate essenzialmente le attività ad impegno
prevalentemente anaerobico lattacido (dai 20 ai 45
secondi), quelle ad impegno aerobico-anaerobico massivo (dai 45 secondi ai 4-5
minuti). In loro la causa principale dell'insorgenza della fatica va ricercata
nell'aumento della concentrazione intracellulare degli ioni idrogeno (H+) conseguente alla formazione di acido
lattico.
II. 2. a L'accumulo di
lattato
Durante
sforzi di elevata intensità di durata superiore ai
15" circa l'erogazione energetica è garantita dalla glicolisi anaerobica,
meccanismo metabolico in grado di fornire una minore quantità di ATP nell'unità
di tempo (potenza inferiore) rispetto al sistema dei fosfageni,
ma dotato di una maggiore capacità, anche se ne risulta l'accumulo di quantità
progressive di acido lattico.
La
formazione di questo metabolita determina un aumento
dell'acidità intra ed extracellulare per aumento
della concentrazione di H+ (scissione della molecola di acido lattico in lattato ed H+).
L'aumento dell'acidità viene considerata, in questo
gruppo di attività, il principale fattore responsabile dell'insorgenza della
fatica perché interferirebbe, da un lato con i meccanismi contrattili,
dall'altro con la produzione energetica.
Per
quanto riguarda il primo aspetto, gli ioni H+
ridurrebbero il rilascio e la ricaptazione del Ca++
da parte del reticolo sarcoplasmatico con conseguenze
negative sia sulla fase di contrazione che su quella di decontrazione. Inoltre,
spostando il Ca++ dalla troponina, si ridurrebbe il
legame forte dei ponti acto-miosinici, impedendo lo
slittamento dei filamenti e l'accorciamento dei sarcomeri
con conseguente incapacità alla produzione di forza.
Per
quanto riguarda il secondo aspetto, l'aumento dell'acidità è in grado di
inibire l'attività di alcuni enzimi della glicolisi
anaerobica (in particolare la Fosfofruttochinasi), già a partire da valori di pH pari a 6.9 (il pH è l'indice
di acidità; è normale a 7 e tanto è più basso, tanto maggiore è l'acidità); per
valori intorno a 6.4 il flusso glicolitico si arresta
completamente, con rapido decremento della produzione di ATP ed insorgenza di
esaurimento muscolare.
Peraltro,
a fronte di questa teoria, esistono riscontri sperimentali che evidenziano come
durante il recupero dopo sforzi "affaticanti" caratterizzati dalla
produzione di acido lattico la capacità di generare
forza si ripristina più rapidamente di quanto non avvenga per il pH tessutale. Ciò dimostrerebbe che l'insorgenza della
fatica più che dai meccanismi appena descritti anche in questo caso sarebbe
essenzialmente determinata da una condizione di temporaneo deficit energetico,
con aumento transitorio dell'ADP nei siti contrattili per incapacità dei
meccanismi di rifosforilazione, nel caso specifico la
glicolisi anaerobica, di tenere dietro alle richieste.
II. 2. b La produzione di
ammoniaca e l'alterazione del potenziale di membrana.
Durante
le più intense, quindi più brevi, attività appartenenti a questo gruppo,
essenzialmente rappresentate da quelle ad impegno anaerobico lattacido (durata tra 20" e 50"), come cause di
fatica acuta intervengono anche i meccanismi di alterazione
della concentrazione del K+, già descritti in
precedenza, oltre ad altri fattori come l'aumento della concentrazione di
ammonio nel sangue.
II.
3 La fatica acuta nelle attività di
lunga durata (vedi anche capitolo
I. 9: Concetto di soglia anaerobica)
II. 3. a La deplezione
del glicogeno muscolare
Nelle
attività di lunga durata la fatica può essere descritta riferendosi a quella
sensazione molto comune nei maratoneti che intorno al 35° Km sperimentano, come
si dice in gergo, di scontrarsi contro un muro ("hitting
the wall"). In questo gruppo di sport, nel
quale vanno considerate, per comodità, non solo le attività ad impegno
prevalentemente aerobico, ma anche alcune prove delle attività ad impegno
combinato (come i giochi di squadra), una delle cause d'insorgenza della fatica
va individuata nell'esaurimento delle scorte di glicogeno muscolare.
Tale
sostanza, com'è noto, rappresenta la forma con la quale i carboidrati sono
immagazzinati nell'organismo. Esso si trova in quantità limitata nei muscoli
(1,5 - 2 grammi per 100 grammi di muscolo) e nel fegato (80 grammi) e ciò rende
ragione del perché, in caso di sforzi prolungati, esso possa esaurirsi, mentre
ciò non accade ai lipidi, i cui depositi sono
virtualmente illimitati.
Il
glicogeno svolge un ruolo fondamentale nella produzione d'energia. Infatti, se si eccettuano gli sforzi brevissimi e
d'elevatissima intensità, nei quali l'energia è fornita esclusivamente dal
sistema dei fosfageni (vale a dire fosfocreatina ed
ATP), il glicogeno rappresenta l'unico substrato utilizzabile durante gli
sforzi di tipo lattacido (di media durata) ed il
principale durante gli sforzi di lunga durata d'intensità superiore al 50%
della massima potenza aerobica (in pratica quelli di lunga durata ma
d'intensità medio-alta). Si può aggiungere, inoltre,
che tanto più lo sforzo è intenso, tanto maggiore è la velocità con la quale
esso è utilizzato.
Le modalità di deplezione del
glicogeno muscolare sono state descritte per attività richiedenti sforzi molto
variabili: da leggeri (circa il 30% del VO2 max) a
molto forti (fino al 120% del massimo consumo d'ossigeno). E' interessante
notare che per esercizi che richiedono meno del 60% o più del 90% della massima
potenza aerobica non si assiste ad una significativa
riduzione delle scorte di glicogeno. Nel primo caso, poiché l'intensità dello
sforzo è molto modesta, il carburante utilizzato è rappresentato quasi
esclusivamente dai grassi, con un modestissimo uso del glicogeno;
l'interruzione dello sforzo per fatica acuta è causata, in questo caso, che
molto si avvicina a quello che dovrebbe essere il target, per la maggior parte,
del lavoro per il fitness ed il wellness, da altri
motivi che descriveremo più avanti (ipoglicemia, iperammoniemia,
alterazione dei neurotrasmettitori cerebrali, discomfort, dolore muscolare, aumento della temperatura
corporea, disidratazione). Nel secondo caso, trattandosi di sforzi molto
intensi (di tipo lattacido), il glicogeno rappresenta
l'unico substrato utilizzabile per la produzione glicolitica
di ATP e l'esaurimento interviene precocemente,
impedendo quindi la deplezione dei depositi di
glicogeno, essenzialmente per l'accumulo d'acido lattico nei tessuti (acidosi
metabolica).
Si
assume, da quanto riportato in letteratura, che uno sforzo che sia protratto
alla massima intensità sostenibile dal metabolismo aerobico per tempi
prolungati (come la maratona, per l'appunto), il glicogeno muscolare può
fornire l'energia per non più di due ore. Se si vuole
resistere di più, come nella marcia per esempio, si deve utilizzare un livello
più basso di rotazione del proprio motore aerobico.
E'
altrettanto evidente che, se lo sforzo è costante e sottomassimale, l'entità
della riduzione del glicogeno rispetto ai valori di riposo risulta
strettamente correlata alla durata dello sforzo, ma certamente è tale da
garantire attività di durata superiore alle due ore.
Ciò,
indubbiamente, ha valore nelle condizioni ottimali di
immagazzinamento del glicogeno nei muscoli, che sono quelle tipiche di un
atleta nel momento della gara di alto livello. Non si può certo affermare che
tale sia con certezza la situazione del normale cittadino che pratichi attività
fisica spesso rubando il tempo al riposo ed ai pasti, alimentandosi, quindi, in
forma scorretta.
Altre
caratteristiche importanti, che confermano il ruolo fondamentale del glicogeno,
consiste nel fatto che l'utilizzo del glicogeno muscolare avviene in maniera
percentualmente differente nei diversi tipi di fibre muscolari (veloci o
lente), in relazione all'intensità dell'esercizio. E',
infatti, noto che per esercizi di bassa intensità saranno preferenzialmente
reclutate le fibre lente ossidative (poco
affaticabili); all'aumentare dell'intensità dello sforzo sono reclutate
dapprima le fibre veloci ossidativo-glicolitiche
(mediamente affaticabili) e successivamente quelle
veloci glicolitiche (molto affaticabili).
E'
inoltre noto che la deplezione del glicogeno avverrà
prevalentemente a carico dei distretti muscolari coinvolti in una determinata
attività e che, per uno stesso muscolo, le modalità
con le quali è svolto uno stesso tipo di esercizio (es. corsa) influenzano il
consumo di questo substrato.
L'ipotesi
che la fatica acuta durante esercizi di lunga durata è legata, almeno in parte,
alla deplezione di glicogeno muscolare è supportata
dal fatto che, nei giorni che precedono una gara, una dieta ad alto contenuto
di carboidrati che ne aumenti le riserve è in grado di
prolungare la capacità di resistenza per una data intensità di lavoro, sia
rispetto ad una dieta normale che, in modo ancora più evidente, rispetto ad una
dieta iperlipidica.
Come
detto, il glicogeno gioca un ruolo fondamentale quando l'intensità dello sforzo
è abbastanza sostenuta da bruciarlo ad una velocità significativa
e la durata abbastanza lunga da richiederne un'elevata quantità.
Né
l'uno né l'altro, sono il caso delle attività in palestra o da campo, quali il
fitness, l'aerobica, il jogging, ecc.
Queste,
infatti, sono (o dovrebbero essere) normalmente di intensità
medio-bassa. In realtà si è verificato come almeno
alcune lezioni di aerobica ad alto impatto siano
svolte, per una parte, ad intensità elevata e tale da richiedere un
preponderante contributo energetico dal glicogeno. Tuttavia, questi momenti
molto intensi della lezione sono troppo brevi per intaccare
i depositi di glicogeno, salvo nel caso, assai improbabile, di un soggetto
digiuno, con alimentazione povera di glucidi e che fa più di una lezione di
seguito.
Quindi,
se la fatica acuta nelle lezioni di aerobica non può essere
fatta risalire ad una carenza di glicogeno muscolare, tuttavia i praticanti non
devono trascurare le normali e corrette regole dell'alimentazione, ancor più
importanti per chi pratica attività fisica.
II. 3. b Le perdite idrosaline
Come
noto l'uomo è un animale a "sangue caldo" che regola costantemente la
propria temperatura corporea interna sul valore di 37 °C ± 0,5. Questa
condizione di equilibrio termico si basa sul costante
pareggio tra produzione di calore all'interno dell'organismo dovuta ai processi
metabolici e sua cessione all'esterno con i meccanismi della termoregolazione.
Il mantenimento dell'equilibrio è condizione irrinunciabile al fine di
garantire l'ottimale svolgimento di tutte le reazioni biologiche.
L'energia
prodotta dai muscoli è utilizzata solo in parte per compiere un lavoro (20-25%
circa), mentre la quota restante è trasformata in calore; calore che, pertanto,
deve essere ceduto all'esterno al fine di evitare dannose variazioni della
temperatura corporea.
Durante
l'attività fisica si assiste, in seguito all'aumento dell'attività muscolare,
ad un notevole incremento della produzione metabolica di calore, con aumento
progressivo della temperatura corporea interna fino a valori che dipendono
dall'intensità dell'esercizio e dalla capacità di dispersione. In queste
condizioni, l'unico meccanismo in grado di permettere la cessione di calore è
rappresentato dalla evaporazione del sudore, prodotto
con il meccanismo della sudorazione.
L'attivazione
della sudorazione, pertanto, avviene particolarmente per sforzi di elevata intensità (notevole produzione endogena di
calore) ed alla presenza di condizioni climatiche che rendono inefficaci gli
altri meccanismi (temperatura elevata, irraggiamento solare diretto, assenza di
ventilazione).
L'evaporazione
del sudore consiste nel passaggio di questo prodotto delle ghiandole sudoripare
dallo stato liquido (il sudore per l'appunto) allo stato gassoso (il vapore
acqueo). E' quindi importante ricordare che la sudorazione per se non determina
nessuna perdita di calore se non avviene, contestualmente l'evaporazione.
Ciò
spiega perché, durante uno sforzo di elevata
intensità, particolarmente se svolto in condizioni climatiche sfavorevoli (come
l'umidità che riduce la quantità di sudore evaporato, costringendo l'organismo
a sudare sempre di più), si possono raggiungere, in condizioni estreme, valori
di perdita di sudore anche di 2-3 litri/oa. Nelle
attività sportive di lunga durata, come la maratona, la marcia o le prove di
ciclismo su strada, si può pertanto determinare una notevole perdita di acqua, che può raggiungere anche i 5-6 litri.
Le
attività di palestra, pur non potendosi comparare per durata ed intensità a
quelle sopra citate, si svolgono spesso in condizioni climatiche sfavorevoli
per assenza di un adeguata ventilazione e
condizionamento dell'aria e per la frequente errata abitudine dei praticanti di
indossare un abbigliamento che impedisce o rende difficoltosa l'evaporazione
del sudore (come le tute di plastica, che sono spesso reclamizzate, falsamente,
come uno strumento di dimagramento).
Si è
potuto verificare, per esempio, in una serie di lezioni di aerobica
ad alto impatto una perdita di acqua corporea fino a 1,3 litri.
La
perdita di acqua con il sudore è accompagnata da
quella di elettroliti. Il sudore, infatti, pur se ipotonico rispetto agli altri
liquidi corporei (cioè meno concentrato), contiene
quantità variabili di sali minerali, in particolare sodio (Na+),
cloro (Cl-), potassio (K+) e magnesio (Mg++).
Durante
sforzi prolungati, o comunque in caso di sudorazioni
elevate, si possono quindi verificare perdite idrosaline
notevoli. Queste, ancor prima di indurre eventi patologici gravi per cedimento
acuto delle capacità termoregolative (colpo di calore
per perdite di fluidi pari al 7-10% del peso corporeo del soggetto), sono
responsabili di una consistente riduzione della capacità di
prestazione atletica rappresentando, in questo gruppo di sport, uno dei fattori
dell'insorgenza della fatica acuta. La diminuzione delle capacità prestative
avviene da una perdita di liquidi pari al 2%, raggiungendo un peggioramento
della performance del 20-30% per perdite pari al 4-5% del peso corporeo del
soggetto.
Le
cause dell'insorgenza di fatica acuta per deficit idrosalino
vanno individuate essenzialmente in due fattori:
II. 3. c La disidratazione,
che influisce negativamente sulla dinamica cardiocircolatoria per una riduzione
della portata cardiaca (quantità di sangue che il cuore spinge verso i tessuti
in un minuto) e con essa della quantità di sangue diretta verso la muscolatura
impegnata nel lavoro. Tale situazione va ad aggiungersi, sommandosi, al fatto
che, per far fronte alle necessità della termoregolazione, una quota già
rilevante della portata cardiaca è dirottata verso la cute, piuttosto che verso
i muscoli;
II. 3. d La perdita di elettroliti,
in particolare del K+ e del Mg++, che altera
l'eccitabilità delle membrane cellulari, cioè la capacità di trasmettere lo
stimolo nervoso, provocando un deficit di attivazione neuromuscolare.
La perdita di K+, infatti, essendo essenzialmente a
carico della quota di elettrolita
che si trova nel sangue, quindi fuori dalle cellule, fa sì che quello presente
all'interno delle cellule muscolari attive sia richiamato nel sangue per
ristabilire un equilibrio. Il risultato finale è che le cellule muscolari vanno
incontro ad una ridotta capacità di contrarsi contribuendo all'insorgenza della
fatica locale con gli stessi meccanismi già ampiamente descritti. La perdita di
Mg++ aggrava il quadro, in quanto questo elettrolita è essenziale per il corretto funzionamento
delle pompe di membrana Na+-K+, che sono ATP-dipendenti.
Ricordiamo che queste pompe hanno il compito di riportare il K+ all'interno delle cellule.
II. 3.
e L'ipoglicemia
L'ipoglicemia
rappresenta un'altra causa di fatica acuta in questo gruppo di sport.
Il
glucosio rappresenta l'unico carburante che può essere utilizzato dal cervello.
L'omeostasi glicemica è garantita dal glicogeno epatico, le cui riserve sono
intaccate successivamente a quelle del glicogeno
muscolare. La caduta della glicemia è un vero pericolo nella fase terminale di
un esercizio prolungato ed anche quando si pratica un'attività fisica senza
essersi opportunamente alimentati; essa, infatti, interferisce negativamente
con il corretto funzionamento del sistema nervoso centrale (SNC).
Per
tale motivo la somministrazione di carboidrati, soprattutto nella fase
terminale della prestazione, contribuisce a mantenere inalterate la
concentrazione plasmatica di glucosio aumentando la resistenza nelle gare di
durata.
II. 3. f La produzione di
ammoniaca
Nella
fase terminale di un'attività di durata, condotta fino all'esaurimento, la
riduzione delle scorte di glicogeno è responsabile della incapacità
dei processi di resintesi dell'ATP di "tener dietro" a quelli di
scissione dello stesso. Ciò determina una condizione transitoria di deficit
energetico con aumento dell'ADP e dell'AMP nei siti della contrazione
muscolare.
L'AMP
non può rimanere come tale nell'organismo ed è quindi metabolizzato. Questo processo
porta alla formazione di ammoniaca (NH3).
L'ammoniaca è tossica per il SNC e la sua formazione
in eccesso causa l'insorgenza di fatica con un meccanismo di tipo centrale per
turbe nell'equilibrio dei neuro-trasmettitori.
Considerando
i meccanismi descritti è evidente che in un'attività di durata, condotta fino
all'esaurimento, la formazione di NH3 è inversamente correlata con
il livello di glicogeno muscolare. Ciò è testimoniato dal fatto che uno sforzo
compiuto partendo da bassi livelli di glicogeno comporta una più accentuata
produzione di NH3 ed un più rapido sviluppo della fatica, mentre,
quando si somministrano carboidrati, la produzione di NH3 si riduce
e la capacità di resistenza aumenta.
II. 3. g La teoria aminoacida
Nel
caso degli sforzi prolungati è stato di recente introdotto e suggerito un ruolo
importante della cosiddetta fatica "centrale", alla quale si è fatto
cenno precedentemente nell'illustrazione generale del
concetto di fatica acuta nell'introduzione. Senza voler entrare nel merito di
problematiche di tipo psicologico, che peraltro secondo alcuni potrebbero
svolgere un ruolo nel determinare la fatica "centrale", si intende qui far riferimento ad un ipotizzato aumento del
rapporto aminoacidi aromatici/aminoacidi ramificati (sigla inglese, BCAA).
Gli
aminoacidi, come noto, sono i costituenti elementari delle proteine e si
dividono, per l'appunto, in aromatici e ramificati. Questi ultimi sono
costituti da tre aminoacidi: la valina, l'isoleucina
e la leucina.
Contrariamente
a quanto si riteneva in passato, oggi si afferma che durante un'attività di
durata, oltre al glicogeno ed ai grassi, sono utilizzati come substrati
energetici anche gli aminoacidi ed in particolare quelli ramificati.
Ciò
determina uno squilibrio tra la quantità di aminoacidi
aromatici e di quelli ramificati, con un aumento del loro rapporto. Di
specifico interesse per il meccanismo centrale della fatica sarebbe, in realtà,
solo uno degli aminoacidi aromatici e cioè il triptofano, o meglio ancora quella quota di questo
aminoacido che si trova libero nel sangue (triptofano
libero).
Poiché
il Triptofano è competitivo con i BCAA per il
passaggio attraverso la barriera ematoencefalica (ciò
significa che il triptofano può entrare nel cervello
solo se nel sangue non ci sono gli aminoacidi ramificati che usano le stesse
porte di ingresso) la conseguenza finale è un aumento
della concentrazione di Triptofano nel cervello.
Tale
aumento è favorito anche da un altro meccanismo. Negli sforzi di bassa
intensità od alla fine di quelli più intensi, quando le scorte di glicogeno si
sono ridotte e l'intensità cala, l'organismo usa grandi quantità di grassi.
Questi
si riversano nel sangue, per raggiungere i muscoli, partendo dai depositi
sottocutanei (i trigliceridi) sotto la forma di acidi
grassi liberi (sigla inglese, FFA). I FFA, tuttavia, non viaggiano liberi nel
sangue, ma sono veicolati da una proteina, l'albumina,
che è la stessa che trasporta normalmente il triptofano.
L'esigenza
primaria di portare energia ai muscoli fa sì che l'albumina lasci libero il triptofano e "carichi" i FFA. Ciò provoca un
incremento della concentrazione del Triptofano libero
nel torrente circolatorio che favorisce il passaggio di questo
aminoacido nel cervello. Nel cervello il Triptofano
è convertito nel neurotrasmettitore serotonina (5-HT),
che è uno dei mediatori del sonno. L'aumento della serotonina in varie aree
cerebrali determina la caduta di una serie di funzioni:
1) direttamente, con perdita di motivazione, sensazione di
stanchezza, riduzione delle capacità coordinative
2)
indirettamente, tramite inibizione del sistema dopaminergico
(aumento del rapporto serotonina/dopamina) che è responsabile del mantenimento
dei normali livelli di attivazione nervosa e di
adeguate capacità motorie.
Anche
in questo caso la somministrazione di carboidrati durante lo sforzo è in grado
di contrastare l'insorgenza della fatica in quanto riduce l'utilizzazione energetica dei grassi e
degli aminoacidi ramificati, quindi i presupposti di partenza dell'ingresso di
elevate quantità di Triptofano nel cervello. Ciò è
confermato da studi sperimentali in doppio cieco.
Per
correttezza scientifica, va tuttavia aggiunto che molti ancora sono i dubbi
sulla validità di questa teoria che non sembrerebbe avere ancora un totale riscontro
sperimentale, almeno per ciò che concerne il parametro diretto rappresentato
dalla resistenza alla fatica. Al contrario, esistono dimostrazioni scientifiche
del peggioramento delle capacità coordinative e neuromotorie
nei soggetti con alterato rapporto triptofano
libero/aminoacidi ramificati..
II. 4 La fatica acuta
nelle attività ad impegno metabolico alternato
Per la
natura stessa di questo gruppo di attività, che
comprende i giochi di squadra (es. calcio, pallavolo, pallamano,
pallacanestro, rugby) e sport come il tennis, dove la caratteristica
fisiologica fondamentale è data dall'alternanza di fasi di gioco ad impegno
metabolico di tipo prevalentemente anaerobico (le fasi più intense) con momenti
in cui prevale un impegno metabolico di tipo aerobico (tutte le fasi giocate a
ritmo blando e le pause), la fatica, quando si presenta riconosce diverse
possibili cause.
In
particolare, da un punto di vista organico, si possono identificare due aspetti
fondamentali di questa particolare forma di resistenza alla fatica acuta:
1) un
aspetto più propriamente metabolico, legato alla capacità dei diversi
sistemi di assicurare una veloce e continua resintesi della fosfocreatina, un
adeguato smaltimento del lattato prodotto, nonché un
continuo rifornimento energetico per tutta la durata della prestazione;
2) un
aspetto più propriamente neuromuscolare,
riconducibile ai fenomeni di fatica riguardanti la trasmissione dell'impulso
nervoso e la capacità della fibra muscolare di rispondere allo stimolo (es.
squilibrio elettrolitico intercompartimentale per disidratazione in eventi
agonistici di durata prolungata, particolarmente se svolti in condizioni
climatiche avverse).
II. 5 La fatica acuta
nelle attività isometriche
Come
abbiamo sottolineato nella parte introduttiva, tanto
più elevata è l'intensità dello sforzo tanto minore è la capacità di resistenza
e più precoce l'insorgenza della fatica. Peraltro la correlazione tra i due
parametri, che è inversa e non lineare, appare spostata a sinistra nel caso dell'esercizio
isometrico. Ciò significa che per un'identica richiesta energetica, espressa
come velocità di utilizzazione dell'ATP, la resistenza
è minore nel caso di una contrazione isometrica rispetto all'esercizio
dinamico.
Nello
sforzo isometrico il fattore che condiziona in maniera
determinante la resistenza può essere individuato nell'entità del flusso
ematico che condiziona l'apporto di ossigeno ai tessuti, quindi le capacità del
metabolismo ossidativo. Quando l'intensità dell'esercizio isometrico non supera
il 20% della massima capacità di contrazione volontaria (MCV), la resistenza è praticamente infinita essendo adeguato l'apporto di ossigeno
ai muscoli che lavorano. Da intensità prossime al 50% il flusso si riduce praticamente a zero e progressivamente più precoce risulta
l'insorgenza della fatica. La resistenza è quasi nulla (pochi secondi) per
contrazioni isometriche massimali.
Le
cause della fatica nelle attività sportive dove è presente una componente isometrica (es. arrampicata sportiva, discesa libera
nello sci alpino) vanno pertanto individuate negli stessi meccanismi
descritti nel numero precedente (riduzione delle scorte di Fosfocreatina ed
aumento del fosforo, all'inizio dello sforzo, e riduzione del calcio, nelle
fasi finali), ma con una situazione aggravata per il fatto che la
diminuzione o l'interruzione totale del flusso ematico riduce o interrompe, da
un lato l'apporto di ossigeno e di nutrienti, dall'altro la rimozione dei cataboliti.
In tal
senso un importante aspetto da prendere in considerazione, per quanto riguarda
la capacità di resistenza, sono i periodi di intervallo
eventualmente presenti tra una contrazione e l'altra; periodi che, garantendo
il flusso ematico, facilitano i meccanismi di recupero.
CAPITOLO III
I METODI PER PREVENIRE LA
FATICA
Introduzione
La fatica è il segnale che abbiamo
raggiunto i nostri limiti e dobbiamo fermarci, è un alleato, non un nemico.
La caratteristica
essenziale di un soggetto che pratica uno sport è la pazienza e la costanza
basata sul duro lavoro svolto in modo intelligente e non su "polveri
magiche" consigliate da pseudo allenatori con promesse di prestazioni da
“superman”.
La fatica si combatte essenzialmente attraverso
tre principali mezzi: una buona programmazione dell’allenamento, il giusto
riposo ed una corretta alimentazione.
In questa sede abbiamo preferito fare
riferimento in modo particolare al fattore metabolico legato all’alimentazione
e all’importanza determinante del recupero,
tralasciando volutamente la questione delle più disparate metodologie di
allenamento legate ai vari sport.
III. 1 L’ ALIMENTAZIONE
III. 1. a Introduzione
La Fatica muscolare
Come abbiamo visto, la fatica è il segnale che
indica l'esaurimento dei fosfati, situazione
ottimale per chi ricerca l'aumento della massa muscolare, ma non per chi
vuole sviluppare doti di resistenza.
L'acidosi (derivata da un accumulo di ioni
idrogeno) non sembra essere in correlazione con l'accumulo di lattato durante
la demolizione anaerobica del glicogeno. Non è dimostrato che il lattato in se
stesso sia un problema per il muscolo: quest'ultimo,
se non si modifica il pH
normale, funziona normalmente anche ad elevate concentrazioni di lattato. Risulta evidente, quindi, come siano gli ioni idrogeno a
causare la fatica muscolare.
Per ridurre questo "problema" vi
sono i buffer (tamponi), che contrastano l'azione degli ioni idrogeno. Il
muscolo possiede di per sè un tampone, limitato, ma
supportato però da un altro sistema: un sistema tampone molto
più potente che si trova nel torrente sanguigno, basato sull'acido carbonico-bicarbonato.
Esso si scompone in acqua e bicarbonato, che viene successivamente eliminato dai polmoni consentendo
l'ampliamento della capacità tamponante.
La Fatica nervosa
Vi sono varie cause alla base di questa
stanchezza, la principale é determinata dall'aumento del triptofano
libero (TRP) nel sangue: esso viene convertito nel
cervello in serotonina, un neurotrasmettitore coinvolto nella regolazione della
stanchezza e del sonno, che ci fa avvertire la sensazione della fatica.
Un aumento della concentrazione di TRP nel
cervello può condurre ad un aumento dello sforzo mentale, ciò
è legato all'aumento della concentrazione degli acidi grassi liberi
(FFA) nel sangue, fenomeno, questo, tipico degli sport di durata. Gli FFA si
legano all'albumina, evitando che lo faccia il TRP e permettendo così un
innalzamento del livello di TRP stesso. Il TRP, per raggiungere il cervello,
deve superare l'ostacolo rappresentato dalla BEE (Barriera Emato
Encefalica), una membrana preposta a mantenere costante l'ambiente in cui è
contenuto l'encefalo. Il TRP, insieme ad altri
aminoacidi, può oltrepassare la BEE, ma non liberamente: deve essere
trasportato da un "carrier" particolare, lo
stesso utilizzato dalla leucina, isoleucina, valina, tirosina e fenilalanina.
III. 1. b Perché gli
aminoacidi risultano utili
I BCAA competono col TRP nel contendersi il carrier specifico, riuscendo quindi a ridurre la quantità
di TRP in grado di superare la BEE. Di conseguenza, diminuirà anche la quantità
di serotonina e quindi la sensazione di fatica.
III. 1. c Aminoacidi ramificati e glucogenetici
Gli aminoacidi ramificati e glucogenetici (BCAA + alanina, glutamina e glicina) hanno una funzione plastica e di
ripristino delle proteine perse nel post-allenamento, una funzione
"bersaglio" (si sacrificano al posto delle proteine muscolari)
nell’allenamento, ma anche un'azione antifatica.
I tipi di fatica che insorgono a causa dell'allenamento sono:
muscolare, indotta
dall'esaurimento dei fosfati e dall'acidosi;
nervosa, quella che induce a
interrompere l'esercizio per sfinimento psicofisico, anche quando i muscoli
avrebbero potuto continuare.
III. 1. d La glutammina
Un' azione simile a quella descritta viene svolta dalla glutammina
(presente nei glucogenetici) che viene trasformata in
glutammato, particolarmente utile per "tamponare" l'eccessiva acidosi
muscolare. Inoltre la glutammina riesce a superare la
BEE e, una volta nel cervello viene trasformata in
acido glutamminico, elemento che insieme al glucosio
risulta essere il carburante principale delle cellule celebrali, contribuendo a
disintossicare lo stesso dall'ammoniaca. La glutammina
favorisce inoltre la formazione dell'acido butirrico (che svolge una azione tranquillante e favorisce la concentrazione) del
glutatione (deputato ad una azione disintossicante epatica e potente
antiossidante).
Da quanto detto, risulta
evidente come l'assunzione di BCAA, con l'aggiunta di glutammina
e alanina, possa essere utile non solo per combattere
il catabolismo e per coadiuvare le funzioni plastiche, ma anche per la fatica
muscolare e per ritardare la fatica centrale, che potrebbe impedire di lavorare
con la massima intensità e durata, in una prestazione di tipo aerobico ma anche
anaerobico.
La carnitina facilita il passaggio dei grassi
a catena lunga all'interno dei mitocondri e quindi la loro ossidazione. Una supplementazione di carnitina viene
ipotizzata nel lavoro di resistenza, ove i lipidi rappresentano il substrato
energetico di scelta. Nel lavoro fisico si riscontra un aumento dei grassi nel
sangue e si ipotizza che questo possa riflettere una
relativa limitazione della capacità di ossidazione dei grassi stessi da parte
delle cellule muscolari. Abbiamo 2 forme di carnitina in commercio, la
tradizionale L-carnitina e l’acetil-L-carnitina.
L’ACL viene prodotta
quando un gruppo acetilico (uno dei prodotti di
demolizione degli acidi grassi) viene trasferito a una molecola di L-carnitina, l'unico trasportatore degli acidi grassi nel
mitocondrio. Successivamente questi acidi grassi
frammentati possono essere trasformati in energia solamente in presenza di
ossigeno e quindi la carnitina li raggruppa e immagazzina come acetil-L-carnitina durante le attività anaerobiche (come i
pesi). Per esempio, finita la serie, l'ACL trasferisce il suo gruppo acetilico al co-enzima A, e l'acetil-coenzima
A viene smontato in presenza di ossigeno (aerobicamente) per produrre preziose molecole di fosfato
che servono a ricaricare ADP o la creatina. Differentemente dalla carnitina,
l'ACL fornisce quindi energia attraverso i propri gruppi acetilici.
L'ACL viene prodotta dall'organismo a partire dagli
aminoacidi lisina e metionina ed è presente
soprattutto nella carne e nei prodotti caseari. Rispetto alla L-carnitina, l'ACL è maggiormente assorbibile a livello
intestinale in quanto è più liposolubile
e quindi passa più agevolmente dal torrente sanguigno ai punti dei tessuti dove
agisce. L'ACI, viene eliminata in circa 12 ore, in
quanto non si lega all'albumina o ad altre proteine del sangue che potrebbero
ritardarne l'emivita (la durata della sostanza nel
sangue).
L'acetil-l-carnitina
è decisamente più efficace della più famosa L-carnitina, in quanto l'integrazione di ACL aumenta
l'ossidazione dei grassi e di altri substrati a livello mitocondriale del 260%
(540% se la dose è venti volte superiore), mentre l'assunzione di sola L-camitina non provoca nessun effetto. Altri studi hanno
dimostrato che l'acetil-l-camitina
aumenta l'energia initocondriale del 25% (risultati
nulli con la L-carnitina). Se ne deduce che l'ACL è
un maggior utilizzatore dei grassi rispetto alla troppo
pompata L-carnitina, anche se lo sport
trasforma quest'ultima in ACL. Infatti
la dose di L-camitina che bisognerebbe prendere per
ottenere gli stessi effetti dell'ACL sarebbe molto alta, in quanto la biodisponibilità della L-carnitina
è minore e non si trasforma in ACL, finché non si svolge una dura attività
fisica.
Il dosaggio quotidiano dell'acetil-l-carnitina varia tra i 500
e i 2.500 mg, assunti in piccole dosi scaglionate nella giornata (per esempio
500 mg a dose) perché il suo riassorbimento da parte dei tubuli renali sia
facile alla saturazione. La somministrazione deve essere continuata almeno per
3/4 settimane, in quanto ci vuole un certo tempo prima
che l'ACL esplichi tutti i suoi effetti.
III. 1. f Reintegro idrosalino
L'acqua costituisce il 40-60% della massa
corporea; nei muscoli è circa il 65-75%. A riposo un soggetto assume mediamente
2.5 lt di acqua al giorno,
con le bevande, oppure attraverso gli alimenti. L'entità dell'assunzione
dipende però dalle perdite: in condizioni di intenso
lavoro e di forte sudorazione, l'assunzione di acqua può aumentare di 6 volte
rispetto al normale.
Acqua viene perduta
con le urine; in caso di perdite di acqua per sudorazione il volume delle urine
è fortemente ridotto e può ridursi fino a 250 ml. Una quota di
acqua evapora continuamente attraverso la pelle, la perdita ammonta a
circa 300 ml; un'altra quota circa paragonabile viene persa come vapor d'acqua
nell'aria espirata. La quota di acqua persa con le
feci è di 100-200 ml.
|
Bilancio Idrico (Uomo adulto, attività moderata,
temp. 18 - 20° C.) |
|||
|
Entrate |
Uscite |
||
|
Bevande |
cc 1200 |
Rene (urine) |
cc 1500 |
|
Alimenti |
cc 1000 |
Cute (sudore) |
cc 600 |
|
Ossidazioni |
cc 300 |
Vie aeree |
cc 300 |
|
|
|
Intestino (feci) |
cc 100 |
|
Totale cc 2500 |
Totale cc 2500 |
||
Sicuramente la principale perdita di acqua durante attività fisica è attraverso il sudore. Il
sudore è prodotto dalle ghiandole a partire dal plasma; contiene un terzo di
cloruro di sodio rispetto al plasma. Il sudore bagna la cute e la sua
evaporazione comporta una notevole dispersione di calore: infatti
il processo di evaporazione richiede energia che viene sottratta all'organismo
sotto forma di calore. La temperatura della pelle, in seguito ad evaporazione,
può essere inferiore alla temperatura ambiente. Naturalmente il presupposto è
che il sudore possa evaporare; la condizione che limita l'evaporazione è
l'aumento dell'umidità dell'aria. In condizioni di caldo umido, l'atleta suda
moltissimo, ma, poiché il sudore evapora con difficoltà, si
verifica ipertermia (aumento della temperatura).
Il reintegro delle perdite di sudore è
importantissimo in quanto una riduzione di solo il
4-5% del contenuto in acqua influisce negativamente sulla performance. Inoltre,
la funzione principale della sudorazione è quella di contribuire alla
termoregolazione: se il soggetto ha perso tanti liquidi
stenta a sudare e va in ipertermia. Gravi conseguenze della
disidratazione sono i crampi e l'ipertermia che può portare al colpo di calore.
La reidratazione
prevede sostanzialmente che si rimpiazzino i liquidi perduti; poiché il liquido
principalmente perduto è il sudore, occorre assumere liquidi che abbiano una
composizione simile al sudore.
Un consiglio economico e salutare: l'acqua è
la bevanda per eccellenza migliore di qualsiasi integratore, occorre berne
molta già in condizioni normali (dai 2 ai 3 litri al dì), sempre, in ogni
momento della giornata a piccoli sorsi, fuori dai
pasti, prima di mangiare, al mattino. Bere possibilmente acque oligominerali o
quella di casa vostra, se non è particolarmente dura, cioè
eccessivamente ricca di sali di calcio. Per una prova di
fondo impegnativa, che comporti notevole sudorazione, è necessario bere
almeno 1-1.5 l/ora , cominciando a bere subito dopo i primi 20 minuti. Si
consiglia anche di bere prima dell'inizio della prova
(circa 300 ml, a piccoli sorsi), soluzione non sempre gradita perché stimola la
diuresi.
In commercio esistono molte bevande e liquidi
reidratanti, arricchiti di glucosio e di alcuni oligoelementi.
Svolgono la funzione di reidratare (sono soluzioni a base di acqua),
reintegrare i sali minerali persi, forniscono anche energia grazie alla
presenza di carboidrati (utile per gli sport di lunga durata e di elevata
endurance).
In commercio vi sono anche bevande ipotoniche
pronte, ma potete farvele preparare dal farmacista con spesa minore. Se non
volete acquistare prodotti già confezionati, sappiate che una bevanda ipotonica
ideale fatta da sé dovrebbe comprendere, di base: un
4% di carboidrati (fruttosio e maldodestrine) e
qualche milligrammo di sali minerali (aspartato di
potassio e magnesio non oltre 300 m Os m/1).
Un consiglio semplice, per crearsi in casa un bevanda ideale ed economica:
Succo di mezzo limone (o un aroma naturale a
piacere),
Fruttosio (1 o 2 cucchiaini),
Maltodestrine o destrosio (1 o 2
cucchiaini),
Polase o prodotto simile (½
bustina),
1 lt di acqua (o 1 lt. o mezzo).
Per un costo che si aggira intorno
0,70 euro al litro.
III. 1. g Carboidrati
Per gli sport aerobici ed anaerobici si
consiglia un mix di carboidrati complessi, aggiunti magari ad una bevanda
ipotonica. Comunque, in particolari attività fisiche,
e durante la gara, è possibile assumere bevande che contengano il solo glucosio.
È preferibile un mix di carboidrati complessi perché essi forniscono da subito,
e mantengono per lungo tempo, un apporto costante di energia.
Ciò non avviene somministrando isolatamente fruttosio (rilascio troppo lento),
glucosio (dura poco, picco immediato ma breve), maltodestrine e destrosio (idem).

Come notiamo nella figura solo un mix di
carboidrati (a rilascio veloce e lento) apporta energia immediatamente e
continua a farlo in modo costante nel tempo, mentre zuccheri isolati hanno
efficacia parziale.
Ecco, infine, una
tabella riassuntiva dei principali carboidrati con consigli sull’utilizzo.
|
Glucosio |
Lo
zucchero per eccellenza, punto d'arrivo di tutte le trasformazioni. È
presente nello zucchero da tavola ed in moltissimi prodotti industriali sotto
forma di sciroppo. |
Carboidrato d'arrivo dei processi
digestivi, la cui assunzione diretta provoca sbalzo d'insulina. |
|
Zucchero
da tavola |
E'
composto per metà da saccarosio e per metà da glucosio. Si ricava dalla
barbabietola o dalla canna da zucchero. |
Come
il glucosio provoca alto rilascio d'insulina e andrebbe
limitato. |
|
Fruttosio |
E'
lo zucchero della frutta. |
E dolcissimo e per questo se ne può
usare una quantità minore rispetto al normale zucchero (anche 1/10). È un
dolcificante ipocalorico. |
|
Sciroppo
di mais |
Viene estratto dal mais ed elaborato per
aumentare le percentuale di fruttosio. |
E'
economico e viene usato commercialmente. |
|
Miele |
E'
zucchero invertito con tracce di altri elementi
nutritivi. |
Si
comporta come lo zucchero nell'organismo ed ha il difetto del gusto che può
piacere o meno. |
|
Lattosio |
Lo
zucchero del latte. |
Può
dare grossi problemi di digeribilità soprattutto nella popolazione
mediterranea (per questioni genetiche). |
|
Maltosio |
Zucchero
estratto dal malto. |
Provoca
un aumento della glicemia superiore al glucosio. |
|
Destrina |
Si
ricava dal riso integrale e contiene circa il 60% di carboidrati complessi e
poco zucchero. |
Viene utilizzata nelle bevande sportive perchè provoca poco sbalzo insulinico
e fornisce carboidrati complessi che danno un energia più duraratura. |
|
Polimeri
del glucosio |
Dolcificanti
artificiali a 5 molecole di glucosio. |
Usati
nelle bevande sportive perchè non provocano sbalzo insulinico e forniscono energia duratura. |
|
Destrosio |
Ricavato
generalmente anch’esso dal mais |
Ha
un alto indice glicemico e provoca un forte sbalzo insulinico,
ideale per essere assunto nelle bevande sportive, anche associato con la
creatina. |
IL RECUPERO
III. 2. a.
Introduzione
Con questo termine solitamente si indica, in generale, il recupero delle capacità
prestative dell'atleta nel periodo successivo a carichi di allenamento che
abbiano inficiato le risorse energetiche.
Nello specifico, si intende il ripristino della funzionalità ottimale dei
vari singoli organi/apparati che sono stati affaticati.
In
relazione a quest'ultimo aspetto si devono tenere
presenti almeno tre considerazioni:
- i processi di recupero
dell'organismo non avvengono contemporaneamente, ma sono definiti eterocroni; ossia, i processi di recupero necessari
ai vari apparati ed alle grandi funzioni organico –
metaboliche sono caratterizzati da fasi, tempi e modalità differenti e
rispondono sempre in modo specifico. Ciò significa che il recupero necessario a
ripristinare i fosfati è diversissimo da quello
richiesto dall'anabolismo proteico (Fig.1);
- la velocità con cui l'organismo provvede a recuperare i vari substrati è in strettissima
relazione con il tipo di sollecitazione delle capacità motorie, e quindi con il
livello di intensità e volume della singola seduta; in particolare, maggiore è
il volume della seduta, maggiore sarà il tempo necessario al recupero dei substrati
intaccati;
- secondo la teoria della
supercompensazione, il recupero favorisce l'elevazione del potenziale
biochimico e funzionale oltre i livelli iniziali in possesso dell'atleta prima
dell'allenamento; la successione ravvicinata di due o più sedute di allenamento impedisce tale innalzamento conducendo
l'atleta, laddove tale errata programmazione dovesse persistere, a fenomeni di overtraining e overreaching.
Il tempo di recupero minimo, di
conseguenza, deve essere programmato e concesso all'atleta in considerazione
della tipologia di seduta a cui è stato sottoposto, al volume della stessa ed
alle capacità sollecitate. Se per le esercitazioni di resistenza è possibile
prevedere due sedute più ravvicinate che non consentono il recupero completo e
che sollecitano l'organismo per sommazione di stimoli, gran parte della
letteratura mette in guardia dal prevedere le sedute ravvicinate quando
l'obiettivo delle stesse riguarda gli apprendimenti tecnici o l'allenamento
della velocità e della rapidità di esecuzione (Schnabel, Harre e Borde, 1998; Weineck, 1994; Manno, 1991).
III. 2. b
Perché programmare con attenzione il recupero
La fisiologia dell'esercizio negli
ultimi anni ha definito in modo chiaro le cause che determinano la riduzione
della prestazione successivamente ad una serie di
sollecitazioni allenanti non correttamente distribuite nel tempo.
Oggi si conoscono i motivi che
conducono il preparatore a prestare attenzione ai tempi di recupero:
- depauperamento delle riserve di
glicogeno muscolare: molti Autori mettono in rapporto tale
esaurimento con la riduzione della qualità della performance (Arcelli, 1997);
- abbassamento della glicemia:
alcuni Autori ritengono questa causa piuttosto che l'esaurimento del glicogeno il fattore responsabile del ridotto rifornimento
energetico del muscolo (Ferguson, 2000);
- esaurimento delle riserve
energetiche di fosfocreatina: il muscolo è in grado, dopo averla utilizzata
come substrato energetico, di risentitizzarla a
condizione, però, che tra una prestazione di sprint e l'altra intercorrano varie decine di secondi; secondo alcuni Autori
il 50% e l'87% dei composti ATP – PC è recuperato rispettivamente nei 20 e nei
60 secondi successivi allo sforzo (Brittenham, 1997);
- l'accumulo di ioni idrogeno:
piuttosto che del lattato è più corretto parlare di ioni H+
che sono responsabili dell'abbassamento del ph della cellula muscolare con conseguente riduzione
dell'efficienza della contrazione;
- la produzione di
ammoniaca: negli ultimi anni l'interesse dei ricercatori si è rivolto a
questo aspetto del metabolismo muscolare; ultimamente all'ammoniaca sono state
attribuite conseguente negative sulla prestazione che prima si pensava
dipendessero dall'accumulo di acido lattico. Oggi appare chiaro come
l'ammoniaca sia deleteria per la coordinazione e per la qualità delle
prestazioni tecniche in quanto costituisce una
sostanza tossica per il cervello (Arcelli, 1997).
III. 2. c Allenamento, fatica e recupero
Allenamento, fatica e recupero
devono essere considerati come aspetti diversi che concorrono a tracciare i
contorni di un unico fenomeno, il miglioramento della performance.
L'alternarsi di carico, fatica e
recupero costituisce un tipico percorso dei processi funzionali: la fatica
rappresenta pertanto il fenomeno attraverso il quale l'allenamento persegue le
sue finalità, ossia l'elevazione delle prestazioni.
In ambito sportivo la fatica si
connota essenzialmente in un decadimento della performance o, in modo specifico
nei giochi sportivi, in una riduzione dell'intensità di gioco con conseguenze
evidenti sulla qualità della tecnica di gioco.
Oltre che la qualità esecutiva
delle abilità specifiche, la fatica risulta
determinante anche ai fini della presa di decisione, e quindi sull'efficienza e
sull'efficacia delle capacità cognitive dell'atleta: è stato accertato, per
esempio, come la riduzione del 2% del peso corporeo causata dalla sudorazione
determini già un influenza significativamente negativa sull'elaborazione delle
decisioni cognitive in ambito sportivo (Gopinathan,
1988).
L'attenzione nei riguardi delle
caratteristiche ambientali in cui l'atleta opera diviene quindi indispensabile
per la strutturazione del microciclo di allenamento con particolare riguardo alla collocazione
delle sedute doppie, dell'orario delle stesse e della successione nell'arco
settimanale. Fattori ambientali particolarmente avversi per temperatura elevata
e per tasso di umidità ostacolano i processi immediati
di rigenerazione che, attivandosi al termine della sessione di allenamento,
permettono la realizzazione di più sedute giornaliere.
Allo stesso modo, nell'ambito del microciclo tale efficacia
rigenerante diminuisce progressivamente con il succedersi delle unità di
allenamento (Martin, Carl e
Lehnertz, 1997), per cui gli ultimi allenamenti si
svolgono con livelli di fatica superiori ai primi.
In quest'ottica
devono quindi intendersi i cosiddetti microcicli di
scarico che si alternano a settimane di carico importante per intensità o per
volume.

Fig.1. Tempi
per il recupero funzionale derivante da differenti tipologie di
allenamento (da Schnabel e coll.,
1998, modificato)
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