Diabete e raccomandazioni pratiche di comportamento al bambino e
adolescente con diabete mellito.
Prof. ROBERTO
DEMETRIO RIPEPI
1. Il diabete mellito:Definizione
e criteri diagnostici
Il Diabete Mellito è una condizione
caratterizzata da un patologico aumento della concentrazione di glucosio nel
sangue. Responsabile di questo fenomeno è un difetto assoluto o relativo di insulina, ormone secreto dalle insule
di Langherhans del pancreas ed indispensabile per il
metabolismo degli zuccheri.
Si ritiene normale la glicemia fino al
valore di 110 mg/dl, i valori compresi fra 110 e 125 definiscono la condizione di alterata glicemia a digiuno (IFG). Valori di glicemia uguali
o superiori a 126 mg/dl sono sufficienti secondo l'American Diabetes
Association a porre diagnosi di diabete.
La diagnosi di Diabete è certa con un valore
uguale a 200 mg/dl, rilevato in qualunque momento della giornata o due ore dopo
un carico di glucosio. Valori di glicemia compresi fra 140 a 200 dopo un carico
di glucosio definiscono invece la ridotta tolleranza
al glucosio (IGT). IFG ed IGT possono evolvere nel tempo verso un Diabete
conclamato.
2.
Cenni di fisiologia legata al diabete mellito
2.a Il pancreas endocrino
Il pancreas endocrino produce il succo
pancreatico nel tessuto ghiandolare acinoso e gli ormoni, insulina, glucagone e somatostatina, nelle
isole del Langherans.

2.b Biosintesi dell’insulina
La biosintesi dell’insulina viene operata dalle cellule b. Si passa dalla pre-pro-insulina
alla pro-insulina e infine all’insulina che viene
espulsa in granuli secretori contenenti anche Zinco ed un peptide
C residuo.
La secrezione è stimolata dall’eccesso di alimenti ed inibita
dalla loro carenza.
Le sue azioni interessano il metabolismo
glucidico, lipidico e proteico. La manifestazione più evidente è il forte
abbassamento glicemico poiché esalta i processi di sottrazione del glucosio dal
sangue e inibisce i processi che lo immettono:
-
aumenta l’assunzione di glucosio da parte delle
cellule .
-
ne aumenta l’utilizzazione intracellulare
-
diminuisce la formazione di glucosio
La regolazione della secrezione di insulina è dovuta primariamente alla concentrazione di
glucosio, secondariamente all’aumento della concentrazione plasmatica di
aminoacidi , all’aumento dell’ormone somatotropo
ipofisario, del cortisolo surrenale, del progesterone
e degli estrogeni, delle gonadi, del glucagone
, di ioni K+ e Ca+
con un meccanismo di feed-back negativo.
I sensori delle variazioni glicemiche sono
le cellule b .
Le
molecole di glucosio entrate nelle cellule vengono
demolite ossidativamente con produzione di ATP.
L’aumento di questo induce la chiusura di particolari
canali K+ (ATP-sensibili)
cui consegue una depolarizzazione ed apertura dei
canali ionici Calcio voltaggio dipendenti.
A questo segue la
liberazione dell’ormone.
Il trasporto avviene in forma libera. Il
tempo di emivita è di 5-8
minuti dopodiché viene metabolizzata nel fegato e nel rene. Il peptide C viene metabolizzato con
minore efficienza e usato per determinare la secrezione di insulina.
2.c Azione
dell’insulina a livello cellulare
Il recettore è un tipico esempio di
recettore ad azione fosforilativa diretta o recettore
tirosina-chinasi.
E’ infatti un
recettore che funge da enzima fosforilativo nei confronti di sé stesso. La sua
attivazione attiva (o inibisce) i vari enzimi metabolici implicati.

3. Classificazione del diabete
Il Diabete Mellito è una
malattia oltremodo insidiosa. Non a torto è stato indicato come un
"Killer" silenzioso. In molti casi infatti
la diagnosi viene posta quando già si è stabilità una delle gravi complicanze
croniche cui il Diabete può dare luogo.
Due sono le forme principali di
Diabete Mellito:
Il Diabete di tipo 1 o immunomediato, più tipico ma non esclusivo
dell'età infantile ed adolescenziale consegue alla distruzione delle insule pancreatiche indotta da un processo autoimmunitario. E' perciò caratterizzato da un difetto
assoluto di insulina e sul piano terapeutico, dalla
insulino-dipendenza.
Il Diabete di tipo 2 che colpisce in prevalenza soggetti di
età superiore ai 30 anni è abitualmente associato ad obesità e riconosce la sua
origine in una resistenza dell'organismo all'azione della insulina. Questa
forma di diabete non è insulino-dipendente, risente assai favorevolmente di
misure di ordine e si giova degli ipoglicemizzanti
orali.
Sono anche da ricordare le forme
di Diabete secondario a malattie pancreatiche (pancreatine, tumori,ecc...) ed extra pancreatiche (varie endocrinopatico)
a alla assunzione protratta di farmaci ed ormoni iperglicemizzati
(cortisolo ecc.).
Una posizione a parte occupa il
Diabete Gestazionale (GDM) che insorge durante la
gravidanza ed è potenzialmente responsabile di gravi complicanze a carico del
feto e della madre.
Sia il Diabete di tipo 1 che di
tipo 2 riconoscono cause di ordine genetico ed
ambientale.
4. Il diabete nel bambino e nell'adolescente:
come riconoscerlo e come trattarlo
Il diabete è la malattia metabolica più
diffusa in pediatria: colpisce circa 20.000 bambini nel nostro paese.
Di solito il bambino diabetico viene riconosciuto come tale per le inconsuete levate
notturne per urinare, per il dimagrimento e per l'acidosi diabetica che lo
porta in ospedale.
In questi casi si ipotizza che le cellule beta
deputate alla produzione di insulina nel pancreas vengano attaccate da
anticorpi prodotti dallo stesso organismo che le distruggono progressivamente
facendo mancare il loro prodotto: l'insulina.
La mancanza di insulina
provoca un eccesso di glucosio ematico.
La malattia si manifesta quando una parte
del glucosio in eccesso nel sangue passa nell' urina
trascinando con sé molta acqua; il bambino pertanto inizia ad urinare e bere
molto, svegliandosi anche di notte. Altro segnale è quello rappresentato dal
dimagrimento perché l'organismo cerca energia alternativa al glucosio,
attingendo ai depositi di grasso sottocutaneo, con conseguente perdita di peso
e formazione di corpi chetonici (acetone ) con
conseguente acidosi diabetica e ricovero ospedaliero.
Nei primi giorni risulta
necessario il ricovero del bambino almeno per tre motivi :
ripristinare acqua e Sali; fornire l'insulina mancante; disintossicare
l'organismo dai corpi chetonici.
Una volta diagnosticata la malattia, il
bambino e i genitori, dovranno essere informati ed educati
a convivere con il problema che con le dovute regole gli consentirà di condurre
una vita normale.
I principali metodi per combattere il
diabete sono: l'insulina, l'alimentazione, l'attività fisica, l'istruzione e
l'educazione sanitaria.
Dopo il periodo di ospedalizzazione
verrà messo a punto, prima di tutto, lo schema di trattamento insulinico più idoneo; se necessario il bambino verrà
collegato al pancreas artificiale e sottoposto ad un trattamento intensificato
mediante microinfusori che rilasciano l'insulina nelle 24 ore con modalità
simili a quelle fisiologiche.
Il pediatra e l'infermiera aiuteranno il
bambino ed i suoi genitori ad apprendere ed eseguire le operazioni giornaliere
che ripeterà al ritorno a casa, mentre la dietista gli
fornirà le basi per un'alimentazione corretta.
Il bambino ed i genitori si
incontreranno con altri bambini diabetici e con genitori di bambini
diabetici, ricevendone supporto ed informazioni. Verrà
inoltre presentata l'Associazione per l'Aiuto al Giovane Diabetico ( AGD ) e
saranno illustrate le modalità per trascorrere una settimana al mare o in
montagna con altri coetanei diabetici e con l'equipe curante, per imparare a
gestire in autonomia alcuni aspetti della patologia.
Dopo l'uscita dall' ospedale,
nei primi tempi il bambino diabetico incontrerà da una a tre volte la settimana
l'equipe che lo ha in cura; in seguito gli incontri assumeranno cadenza bi o
trimestrale.
Dopo 2-6 mesi dalla diagnosi ci sarà una
"remissione" della malattia che coincide con la ripresa parziale
della secrezione autonoma di insulina; questo
"stato di grazia" dura in genere dai 6 ai 24 mesi: poi si ritorna
"nella norma" cioè ad uno stato conclamato di malattia.
5. La
prevenzione in diabetologia
Nel 1994 è
stato prodotto dalla WHO un report (n.
844) dal titolo Prevention of Diabetes Mellitus, che rappresenta al momento il documento più
completo al riguardo ed è l’ispiratore di questo sommario dei problemi connessi
alla Prevenzione.
Sono ancora
degni di nota i Bollettini n. 3 e n. 4 dell’IDF intitolati The prevention of the NIDDM epidemic e
Some aspects of diabetes
health economics, da cui sono stati tratti alcuni schemi e dati
statistici.
La Prevenzione
Primaria riguarda le attività che mirano a prevenire il diabete nei
soggetti a rischio o nella popolazione generale attraverso modificazioni dei
fattori ambientali e del comportamento.
Tale
intervento deve avvenire di regola prima della comparsa del
diabete clinico, diagnosticato secondo le norme dettate dalla WHO. Ci
sono due modalità di prevenzione primaria:
• approccio
alla popolazione generale;
• approccio
ai soggetti ad alto rischio. In questo caso gli interventi, a differenza del
primo approccio, possono anche essere farmacologici.
La Prevenzione
Secondaria riguarda le attività che mirano a riconoscere precocemente il
diabete, col fine di arrestarne lo sviluppo o di farne regredire le prime
manifestazioni cliniche. L’intervento può essere fatto sulla popolazione
generale o sui soggetti ad alto rischio.
La Prevenzione
Terziaria riguarda le misure che cercano di prevenire le complicazioni e la
disabilità dovute al diabete. La Prevenzione terziaria prevede tre stadi
successivi:
•
prevenzione dello sviluppo delle complicazioni;
•
prevenzione della progressione di una complicazione verso una manifesta
patologia di organo o di tessuto;
•
prevenzione della disabilità dovuta a perdita di funzione di un organo o di un
tessuto.
5.a Prevenzione primaria del diabete
insulino-dipendente
Il diabete
di tipo 1 insorge in soggetti geneticamente suscettibili per distruzione delle
cellule beta del pancreas associata a fenomeni immunologici.
L’approccio nella popolazione generale non è noto anche se l’allattamento al
seno per i primi mesi di vita (evitando di somministrare latte vaccino)
potrebbe riuscire utile (ipotesi da verificare).
L’identificazione
di marcatori genetici, immunologici e di funzione
beta-cellulare permette di definire uno stato di “prediabete
di tipo 1” e di intervenire in questa fase. Gli interventi sinora applicati
sono stati:
•
somministrazione di bloccanti i radicali liberi, come la nicotinamide;
• messa a
riposo delle beta-cellule, per es. somministrando insulina;
•
induzione dello sviluppo di tolleranza agli antigeni insulari, ad es.
somministrando insulina o altri antigeni per os;
• immunosoppressione e immunomodulazione.
I risultati
al momento sono incerti e l’approccio ai soggetti a rischio è ammesso solamente
in protocolli di studio multicentrici, approvati da
adeguate commissioni e comitati etici; il costo di tali studi è elevato.
Il diabete
sporadico, che corrisponde al maggior numero di soggetti affetti, non può
essere identificato né trattato con questo tipo di approccio.
5.b Potenziali
vantaggi sanitari derivanti dalla prevenzione terziaria attraverso una buona assistenza
diabetologica
Mantenere la glicemia a livelli normali o prossimi al normale riduce
•
la patologia oculare (76%)
•
la patologia renale (33 - 56%)
•
il rischio di danno renale (60%)
Il controllo dell’ipertensione riduce
•
la progressiva diminuzione della funzionalità renale (50%)
•
la patologia vascolare periferica (60%)
•
gli accidenti cardiovascolari (85%)
•
la progressione del piede diabetico
Smettere di fumare riduce
•
gli accidenti cardiovascolari (5%)
•
la patologia coronarica (10%)
•
la patologia vascolare periferica (30 %)
Il controllo dell’obesità
•
previene il 50% di nuovi casi di diabete non insulino-dipendente
•
migliora l’attesa di vita nel diabete non insulino-dipendente
•
riduce il diabete gestazionale del 33%
L’educazione può
•
ridurre i ricoveri per chetoacidosi (70%)
•
ridurre le amputazioni degli arti inferiori (50%)
•
aumentare l’efficienza dei programmi di monitoraggio
La fotocoagulazione con laser può
•
prevenire la perdita della vista dovuta al diabete (60%)
Un servizio efficiente di trattamento
•
corregge la disfunzione erettile nell’80% degli uomini impotenti
L’assistenza psicologica
•
migliora il controllo della glicemia
•
riduce il ricorso ai servizi ospedalieri
•
aumenta il senso di benessere
•
riduce i ricoveri d’urgenza
W. Alexander et al.
Diabetic Medicine 1966; 13: S90-S100
5.c Un fattore primario nella prevenzione:
L’ autocontrollo della glicemia (glucosio nel sangue)
Uno degli obiettivi principali
della gestione del diabete è mantenere la glicemia il
più possibile all'interno dell'intervallo di normalità (euglicemia)
nell'arco dell'intera giornata. Per misurare il raggiungimento di questo
fondamentale obiettivo è necessario eseguire controlli domiciliari quotidiani
dei livelli di glucosio nel sangue.
L'insieme delle operazioni che sono alla base di questa pratica quotidiana prende il nome
di AUTOCONTROLLO.
Non è quindi azzardato asserire
che, dopo la scoperta dell'insulina (1921), la pratica dell'autocontrollo
domiciliare della glicemia ha rappresentato il passo più importante nella gestione
del diabete.
Educare il paziente, e la sua
famiglia, alla pratica dell'autocontrollo significa consegnargli gli strumenti
adatti al fine di:
- conseguire un adeguato
compenso metabolico
- prevenire o posticipare
l'insorgenza delle complicanze acute (chetoacidosi e
ipoglicemia)
- prevenire o
posticipare l'insorgenza delle complicanze croniche (retinopatia,
nefropatia, micro e macro-angiopatia).
Tutto ciò si traduce in pratica
in una miglior conoscenza della propria malattia allo scopo di mantenere un elevato
livello della qualità della vita, riducendo al contempo i costi di gestione
della stessa.
Anche se qualsiasi diabetico può
imparare a misurare la propria glicemia, l'autocontrollo glicemico è di
fondamentale importanza per:
- i diabetici insulino-dipendenti
- le donne diabetiche in stato
di gravidanza o che prevedono di diventarlo
- le persone con problemi renali
- i soggetti con soglia renale
per il glucosio anormale
- coloro che
assumono farmaci potenzialmente iperglicemizzanti o
che soffrono di malattie che comportano un rialzo della glicemia oltre i valori
di normalità
- coloro che
credono che un controllo rigoroso della glicemia contribuisca a monitorare in
modo accurato il diabete indipendentemente dal fatto di seguire una dieta e/o
di assumere farmaci ipoglicemizzanti orali
- i soggetti che facilmente
vanno incontro ad ipoglicemia
5. dCome
si esegue l'autocontrollo della glicemia
La glicemia si può misurare
mediante l'ausilio di sistemi che operano con modalità
differenti:
- visivamente, confrontando il
colore che viene a svilupparsi sull'area reattiva di un'apposita
striscia, con la scala colorometrica riportata sulla
confezione contenente detta striscia, oppure
- elettronicamente grazie
all'ausilio di uno strumento elettronico.
La determinazione della glicemia
con dispositivi portatili per la lettura automatica della glicemia, è di facile
esecuzione e conduce a risultati molto più accurati.
Oggi, inoltre, sono a disposizione sistemi che grazie alle più recenti
tecnologie richiedono piccolissime quantità di sangue (un decimo di goccia),
aspirano automaticamente la giusta quantità di campione necessaria all'analisi
e alloggiano più strisce reattive pronte all'uso, che consentono di eseguire
dovunque la glicemia senza la necessità di piani d'appoggio.
L'annotazione dei risultati e di altre informazioni inerenti la gestione della patologia
ha importanza fondamentale sia per il paziente che per il medico. Solamente
dall'attenta analisi e conseguente discussione dei dati registrati ha infatti origine il "progetto terapeutico" più
adatto.
Usare un diario giornaliero
significa quindi annotare: i valori della glicemia, i valori della glicosuria e
chetonuria, le dosi di insulina
( o di altri farmaci ipoglicemizzanti orali )
assunte, l'attività fisica svolta, e tutti gli altri eventi importanti relativi
al diabete occorsi durante la giornata.
Di solito il suggerimento è di
eseguire l'autocontrollo glicemico prima e dopo ogni pasto e prima di coricarsi
la sera. In totale si tratta di sette controlli quotidiani, tre prima e tre
dopo i pasti principali ed uno la sera prima di coricarsi; è importante
rispettare sempre gli stessi intervalli di tempo.
Non sempre è necessario
controllare l'intero profilo glicemico; lo si può fare
con uno schema a "scacchiera".
Influenza, raffreddore o altre
indisposizioni, in aggiunta a stati di tensione emotiva possono
alterare profondamente il livello glicemico. Quando si
è malati è bene determinare anche l'eventuale presenza di corpi chetonici nelle urine, onde evitare i possibili gravi
rischi originati dalla presenza di tali sostanze circolanti nel nostro
organismo (chetosi o cheto-acidosi diabetica).
6.
Raccomandazioni al giovane diabetico per una corretta alimentazione
6.a Distribuzione calorica durante la giornata
Recenti lavori hanno dimostrato che il
fabbisogno insulinico è inferiore quando l'apporto calorico
è suddiviso in pasti numerosi.
Si ritiene comunque
che,per le abitudini della nostra popolazione, 5 pasti siano quanto di più auspicabile.
La distribuzione calorica più in linea con
le abitudini della nostra popolazione è la seguente:
15% delle calorie totali COLAZIONE
5% SPUNTINO
40% PRANZO
5% SPUNTINO
35% CENA
In alcuni casi (lungo intervallo fra
iniezione del mattino e pranzo) può essere utile consigliare una doppia merenda
al mattino, sottraendo un 5% delle calorie da quelle
del pranzo.
Non si ritiene fisiologico somministrare di
regola alimenti prima di andare a letto allo scopo di evitare ipoglicemie
notturne; è preferibile un più corretto adattamento della dose di insulina.
6. b Glucidi,
fibra, indice glicemico
Glucidi
complessi:a basso indice glicemico
Le raccomandazioni attuali (L.A.R.N.1986-87) indicano che un regime dietetico
contenente il 55-65% delle calorie sotto forma di glucidi è associato ad un
miglioramento del controllo glicemico e a più bassi livelli di colesterolo LDL,in particolare se la dieta ha anche un buon contenuto di
fibra.
Deve essere quindi incoraggiato il consumo
di cibi ad alto contenuto di glucidi e fibra come cereali,legumi,verdure,molti
tipi di frutta.
Fibra
In base alla composizione
ed agli effetti chimico-fisici le fibre si
differenziano in due grandi gruppi: fibre idrosolubili e non idrosolubili.
Le fibre non idrosolubili (cellulosa, emicellulose, lignina) hanno la funzione
di aumentare il volume del contenuto intestinale, le idrosolubili (pectine, gomme,
mucillagini, guar, amilosio,
raffinosio) hanno la capacità di formare un
gel.
Cellulosa, emicellulose
e lignina sono i costituenti principali della crusca che rappresenta la
cuticola esterna della cariosside dei cereali e la maggior fonte di fibre
dell'alimentazione umana.
Le pectine sono contenute in elevata quantità
nella frutta, mentre il guar e alcuni oligosaccaridi
non digeribili sono specifici dei legumi.
Le fibre sono state indicate
come elemento importante e indispensabile nelle raccomandazioni
dietetiche per il diabetico da poco più di dieci anni.
Le fibre più efficaci nel ridurre la
glicemia a digiuno e post-prandiale sono quelle appartenenti alla classe delle
fibre solubili e altamente viscose (guar, pectine, mucillagini).
La raccomandazione relativa
all'assunzione giornaliera di fibra è di 30-35 g/die
per l'adulto; non esistono dati sicuri o probanti per quanto riguarda i gruppi
di popolazione di età estrema (bambini e anziani).
Glucidi
semplici:ad alto indice glicemico
Per quanto riguarda i glucidi semplici,lattosio e fruttosio,contenuti nel latte e nella frutta
sono da sempre consentiti entro certi limiti ai pazienti diabetici,mentre il
saccarosio era bandito. Attualmente sono consentite
modeste quantità di questo dolcificante naturale,in special modo se calcolate
nella quota calorica giornaliera e ai pasti.
In conclusione l'obiettivo da raggiungere
per il giovane diabetico è quello di una assunzione di
glucidi attorno al 60% delle calorie totali con una quota di glucidi complessi
non inferiore al 50% delle calorie.
6. c Proteine
Negli ultimi anni l'assunzione di proteine
nei Paesi ad elevato livello economico è andata progressivamente aumentando.
In particolare tale aumento ha riguardato le
proteine di origine animale il cui introito è
inevitabilmente accompagnato da grassi saturi.
Questo atteggiamento è stato confermato da
inchieste sulle abitudini alimentari eseguite in Italia in età scolare. Da tali
indagini risulta che l'apporto di proteine rappresenta
il 15% delle calorie totali con un rapporto fra proteine animali e vegetali di
2 a 1.
I L.A.R.N. raccomandano
invece un apporto mediamente del 10% delle calorie totali; apporti superiori
(fino al 13%) sono consigliati dal 10° al 17° anno di vita.
Il rapporto ideale fra proteine animali e
vegetali deve essere quantomeno uguale a 1.
Un apporto corretto di proteine deve essere
a maggior ragione indicato per il soggetto affetto da diabete poiché
l'eccessivo carico di aminoacidi determina un
considerevole aumento di filtrato glomerulare.
Una dieta iperproteica prolungata nel tempo
favorisce sicuramente la comparsa di alterazioni prima
funzionali e poi degenerative che conducono all'insufficienza renale cronica.
6. d Lipidi e
colesterolo
Numerosi studi hanno dimostrato come
l'eccesso di lipidi (soprattutto saturi) nella dieta sia responsabile della
colesterolemia elevata,uno dei fattori di rischio più importanti
per lo sviluppo di malattie cardiovascolari già a partire dall'età pediatrica.
In una indagine
condotta nel Veneto su un campione di 1505 scolari,è emerso che circa il 50%
dei soggetti presenta livelli di colesterolo totale superiori a 180 mg/dl, unanimamente ritenuto soglia di rischio per l'età.
E' quindi indispensabile per i giovani
affetti da diabete adeguarsi alle più recenti raccomandazioni nutrizionali che
trovano nella riduzione dell'introito di lipidi saturi una efficace
prevenzione delle malattie cardiovascolari.
Lipidi
I lipidi totali devono rappresentare il 30%
delle calorie giornaliere fino ai 20 anni (25% nell'adulto).
I lipidi saturi( contenuti negli alimenti di origine animale) dovrebbero essere ridotti a meno del 10%
delle calorie totali.
I lipidi monoinsaturi
(olio d'oliva) e poliinsaturi (olii
di seme e pesce)devono rappresentare rispettivamente il 12-14% e il 6-8% delle
calorie giornaliere.
Colesterolo
Contemporaneamente alla riduzione dei lipidi
saturi si deve associare una riduzione del colesterolo alimentare fino ad un
massimo di 100 mg/1000 Kcal (per l'età pediatrica)..
6. e
Sodio
L'ipertensione rappresenta in genere un
fattore aggravante delle complicanze nel soggetto affetto da diabete.
E' necessario quindi limitare l'apporto di
sodio a non più di 6 g die.
Nei soggetti con ipertensione borderline l'apporto deve essere ridotto a 3 g die.
6. f Dolcificanti
Piccole quantità di saccarosio sono
consentite,per cui il ruolo dei dolcificanti
alternativi viene ad essere ridimensionato.
Tuttavia la saccarina e l'aspartame, assunti
in modica quantità, possono essere impiegati per dolcificare bevande e dolci.
7.
Raccomandazioni per la pratica di una corretta attività fisica nel diabete
Rinunciare all'attività fisica può condurre
ad un progressivo peggioramento dello stato di efficienza
del nostro organismo; muscoli flaccidi, ossa fragili, articolazioni rigide.
Inoltre, una vita sedentaria e un regime alimentare ipercalorico favoriscono
malattie come l'obesità, l'arteriosclerosi, l'uricemia.
L'esercizio fisico, oltre ad apportare i
benefici sopra citati comuni a tutti e per tutte le età, è particolarmente
utile nel soggetto diabetico poiché induce modifiche positive
del metabolismo, del sistema cardiocircolatorio, delle funzioni ormonali e del
sistema nervoso.
L'esercizio fisico di lieve o moderata
intensità è sempre consigliabile nei soggetti diabetici, previa visita medica
che verifichi lo stato delle eventuali complicanze; l'adesione a discipline che
richiedano un intenso e prolungato sforzo fisico richiede una condizione fisica
ottimale e una costante e accurata vigilanza medica.
La contrazione muscolare rende necessario un
adattamento cardiovascolare, respiratorio, endocrino e neuronale, per fornire
una maggiore quantità di ossigeno e di substrati
energetici ai muscoli e per rimuovere i prodotti di scarto.
Nel soggetto diabetico l'esercizio fisico
regolare, di lieve o moderata intensità, determina una migliore utilizzazione del glucosio e consente di abbassare i livelli
di grassi (colesterolo e trigliceridi) nel sangue.
Ogni diabetico può controllare la propria
risposta personale all'attività fisica misurandosi la glicemia prima, durante e
dopo l'esercizio fisico.
Se nonostante i controlli e le precauzioni
compaiono sintomi di ipoglicemia occorre:
- smettere e riposarsi
- mangiare cibi contenenti
glucosio o che formano glucosio, bevendo un po' d'acqua per favorirne
l'assorbimento
- stare fermi per almeno 15 minuti
- se i sintomi non
passano totalmente, occorre tornare a casa, camminando piano o preferibilmente
usando un mezzo di trasporto ( taxi, bus, metro, treno, ecc. ) o facendosi
accompagnare.
8.
Diabete e sport
Ogni uomo è portato, per natura, alla
competizione. Sente il bisogno, la necessità di essere il migliore, il più
quotato, il più forte. E' questo, sia in campo fisico che psicologico. Il
giovane diabetico non solo si ritrova in quest'ambito
naturale, ma, essendo patologicamente segnato, è preso dall'ambizione di
dimostrare d'essere pari, se non superiore, ai suoi coetanei non affetti da
diabete.
L'ansia di riuscire, di emergere, di essere
considerato leader di un gruppo, è una delle reazioni che possono dipendere
dall'insorgere della patologia.
Canalizzando e impiegando le proprie risorse
oltre misura, per la propria affermazione, verso attività più impegnative, si colma un vuoto, una paura
d'inefficienza, d'insicurezza che spesso si nasconde nell'animo di questi
ragazzi i quali continuano a ripetere a se stessi: “di
che cosa ti preoccupi? Sei come gli altri!”. Una volta instaurata la volontà di
affermarsi, attraverso la pratica dello sport, e sentendosi predisposto e
dotato, il giovane diabetico deve attenersi a scrupolose regole di vita, che lo
portano a migliorare, automaticamente, il controllo
della malattia e a sviluppare le sue doti volitive.
Perché un soggetto diabetico possa ottenere la
certificazione d'idoneità devono concorrere una serie
d'interventi da parte di specialisti, chiamati ad esprimere una serie di pareri
e fra questi, in primo luogo, il diabetologo che
dovrà pronunciarsi sullo stato dell'autocontrollo e sul compenso glicemico. Di seguito: il medico sportivo che andrà a valutare, attraverso
numerose prove funzionali, i requisiti fisici; l'allenatore che, per accollarsi
la formazione del neo atleta, dovrà conoscere profondamente le fasi metaboliche
e il consumo energetico, presumendo che sappia che cosa vuol dire avere il
diabete; la società sportiva che deciderà la necessità o meno di uno sport per
lanciare il neofito.
Dietro un ragazzo con il diabete che
vorrebbe diventare campione,purtroppo, c'è troppo
lavoro, troppo impegno e troppo rischio e se non è abbastanza chiaro e scontato
il risultato vantaggioso che in seguito ne deriva non è facile arrivare
all'idoneità. Da qui, la voglia di nascondere la propria
condizione, per arrivare all'obiettivo.
La letteratura, infatti, c'insegna che non
uno, ma diversi campioni nazionali e mondiali hanno
perseguito vittorie nascondendo il loro stato di diabetici (Lanciotto Saltamerenda, canoista fluviale) ma anche di altri che, a
conferma che è possibile praticare l'attività agonistica pur essendo ID, si
sono affermati come campioni pur dichiarando di esserlo (Isalberti,
pallavolo, italiano; Mabbutt, football, inglese; Talbert, tennis, americano...). Certamente questi campioni
non sono stati soli, ma sono stati affiancati da specialisti che hanno studiato
fino in fondo i problemi connessi, facendoli propri tanto da garantirne la
riuscita. Citiamo da uno studio recente dei dottori Ciuti
e Concu dell'Istituto di Fisiologia Umana
dell'Università di Cagliari: "...Considerando che una buona performance
cardiocircolatoria si accompagna ad un miglioramento della capacità di lavoro
fisico, con conseguenze positive anche nella sfera
psichica, in un gruppo di giovani diabetici ID che si dedicavano ad un'attività
sportiva a livello agonistico (5 soggetti maschi d'età compresa fra 17 e 23
anni), abbiamo intrapreso uno studio tendente a quantificare la risposta
cardiocircolatoria ad un esercizio fisico d'intensità progressivamente
crescente, qual è la prova da sforzo triangolare al cicloergometro.
A questo proposito, le loro risposte sono state comparate con
altri tre gruppi di soggetti coetanei, i quali erano formati rispettivamente
da: atleti sani, diabetici con abitudini sedentarie e soggetti sani con
abitudini sedentarie. Risultava che, in
corrispondenza del 70% del carico lavorativo massimo, la gettata sistolica
negli atleti diabetici presentava un valore che per quanto inferiore a quello
degli atleti sani (40% contro il 44%) era comunque superiore, non solo a quello
dei diabetici sedentari ma anche a quello dei soggetti sani sedentari. ...
Emerge, da questo studio, che, fatto salvo il buon controllo glicometabolico, i giovani affetti da diabete ID possono,
senz'altri problemi, dedicarsi ad attività sportive di livello agonistico con
la possibilità di ottenere affermazioni e risultati di grado non dissimile da
quello ottenibile in soggetti non diabetici."
Facciamo senz'altro nostra quest'ultima affermazione
rilevando il beneficio fisico e l'allontanamento delle complicanze che derivano
dal praticare uno sport impegnato.
Perché ciò sia possibile è necessaria una
collaborazione interdisciplinare, dove il pediatra diabetologo
prima, l'internista poi, con tutta l'èquipe, dalla dietista all'allenatore,
fornisca al giovane diabetico, senza scordare minimamente la delicatezza e le
controversie che l'argomento richiede e sollecita, la formazione psicofisica
che gli consenta di portare avanti la sua vocazione d'atleta. Ne conseguirà che
ogni vittoria conseguita dal giovane, sarà anche frutto di quest'impegno
e apparterrà, di conseguenza, a tutti. E ciò senza escludere i non addetti ai
lavori che debbono prendere coscienza del fenomeno
diabete ed essere correttamente informati ed istruiti sulle possibilità di un
Giovane ID di diventare anche campione.
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